Il dato di Pil giapponese del terzo trimestre presenta una curiosa combinazione: la grandezza reale rimbalza in territorio positivo per la prima volta dal quarto trimestre 2007, ma il Pil nominale continua a contrarsi, per effetto della deflazione. Era già accaduto in precedenza, ma mai prima d’ora il Pil reale era stato così elevato in presenza di una grandezza nominale negativa.
Il problema, come per ogni ripresa che avvenga in termini unicamente reali, è che il debito del paese (e il Giappone ne ha moltissimo) resta espresso in termini nominali. Così, il fatto che il Giappone abbia prodotto di più (il 4,8 per cento trimestre su trimestre annualizzato), ma che il valore complessivo della produzione sia diminuito in termini di Yen (meno 0,3 per cento), rende problematico servire quel debito.
Non sorprende quindi che il costo dell’assicurazione creditizia sul debito sovrano giapponese, così come espressa dai credit default swaps, sia cresciuta durante la “ripresa”, raddoppiando negli ultimi tre mesi sino a toccare un picco al livello di 76 punti-base, il 9 novembre (oggi è a circa 67). Il rapporto tra debito e Pil è previsto in ascesa al 227 per cento nel 2010, secondo le stime del Fondo Monetario Internazionale, rendendo il paese particolarmente vulnerabile ad ogni aumento dei tassi d’interesse. Lo stesso invecchiamento della popolazione è motivo di preoccupazione, perché destinato a produrre un cambiamento di stili di vita dal risparmio, che finora andava in larga parte all’acquisto dei titoli di stato (JGB), al consumo.
Questi timori sono destinati ad acuirsi nei prossimi trimestri, quando verrà meno l’impatto dello stimolo sull’economia.

La deflazione morde
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[...] “Giappone, quando la crescita preoccupa”, Macromonitor. Ma l’inflazione negativa – che per la cronaca si chiama deflazione – non sta colpendo solo l’Europa. Anzi. A soffrire più di chiunque altro – come ha fatto giustamente notare il sito di economia Macromonitor, in un post pubblicato ieri – è il Giappone. Che la deflazione l’ha già sperimentata durante una lunghissima crisi negli anni Novanta (il cosiddetto “decennio perduto” dell’economia giapponese). E che ancora oggi ne patisce gli effetti. Perchè – e lo ripetiamo per la centesima volta – il fatto che i prezzi scendano non è una cattiva notizia, è una pessima notizia. Punto primo: perchè rischia di innescare un circolo vizioso di questo tipo: se i prezzi calano, calano anche i profitti delle aziende; le aziende licenziano; i licenziati spendono meno; i prezzi scendono ancora; e così via. Punto secondo: perchè diventa più complicato pagare i debiti e il debito pubblico in primis. Cosa che appunto sta – puntualmente – accadendo in Giappone. Come osserva Macromonitor: il Pil – in Giappone, tra luglio e settembre – è tornato a salire. Ma solo in termini reali. Che vor dì? Vor dì che concretamente – dopo mesi e mesi di crisi – il Giappone ha ripreso a produrre concretamente di più. Ma quel che ha prodotto vale meno denaro. Per colpa dei prezzi che – sempre tra luglio e settembre – sono scesi del 2,6%. E quindi? E quindi il rapporto tra debito – che per ovvie ragioni rimane costante – e Pil – che invece varia al variare dei prezzi – sta peggiorando. Sempre che peggiorarlo sia possibile, visto che il debito pubblico giapponese è già oggi pari all’incirca al 200% del prodotto interno lordo (come ricordava un paio di settimane fa anche il “Times”). Risultato: pagarlo diventerà più difficile. Sempre che ci si riesca. [...]
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