Sindrome cinese

Zhou Xiaochuan, governatore della Banca Centrale Cinese, ha annunciato che la Cina non ha intenzione di aumentare ulteriormente le proprie riserve valutarie. Potrebbe saltare uno dei sostegni principali alla forza del dollaro, al consumo americano ed alla produzione asiatica in un colpo solo.

Negli ultimi anni abbiamo assistito alla nascita ed al perfezionamento di quello che è stato definito “il più grande schema di vendor financing” mai visto: la Cina e le nazioni asiatiche, per mantenere tassi di cambio competitivi ed aumentare le proprie esportazioni, compravano dollari e li investivano acquistando titoli di Stato americani, aumentandone i prezzi e comprimendone i rendimenti. I bassi tassi d’interesse negli USA, decisamente inferiori a quelli di norma attesi in queste condizioni economiche, sono stati fra i principali fattori del boom immobiliare e dell’esplosione del credito al consumo , che ha sostenuto la domanda e quindi l’economia USA.

Stiamo per assistere ad una inversione di tendenza? Difficile a dirsi. Dal 2006, i maggiori acquirenti di titoli di Stato Americani non sembrano più provenire dalle banche centrali, ma dai paradisi fiscali dai quali transitano le fortune derivate dai petrodollari; di conseguenza, un annuncio del genere potrebbe essere meno devastante di un anno fa. Un rafforzamento dello Yuan cinese avrebbe, nel medio periodo, un effetto positivo, contribuendo a riequilibrare il surplus cinese e a ridurre il deficit americano.

Nel breve periodo, insieme ai problemi sul fronte del carry trade ed ai guai del subprime lending negli USA, causerà indubbiamente un ulteriore aumento di volatilità sui mercati; i suoi effetti nel medio termine dipenderanno molto dalla tenuta della domanda interna nella stessa Asia e nella soluzione dei problemi sul mercato immobiliare americano.

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