Bernanke put o Bernanke Call?

Nei mesi scorsi era di moda discutere della cosiddetta “Bernanke put“, ossia della convinzione che in caso di crisi dei mercati, il governatore della Federal Reserve avrebbe tagliato i tassi ed iniettato liquidità; al minimo, avrebbe continuato a rassicurare i mercati sulla sostenibilità delle performance dell’economia americana. in questo senso,Ben Bernanke avrebbe regalato una “put option” sul mercato, impedendo un calo prolungato.

Le ultime testimonianze di fronte al Congresso USA hanno evidenziato invece due fattori estremamente sottovalutati. Il primo è che, anche se Bernanke stesse davvero giocando a fare la cheerleader per Wall Street, non sempre può riuscire a rassicurare il mercato. Il secondo è che la Fed non voglia sostenere o calmare alcuni segmenti del mercato , in particolare il mercato del credito.

Il sospetto deriva da una valutazione: La Federal Reserve sta probabilmente cominciando a preoccuparsi dell’eccesso di liquidità generato dagli elevati prestiti bancari a tassi ridotti, con annessa bolla speculativa; non ha tuttavia sufficienti giustificazioni dal fronte macroeconomico per applicare la soluzione standard per questo eccesso di offerta, ossia un rialzo dei tassi d’interesse: al momento, non si assiste ad una crescita dei prezzi al consumo che giustifichi un rialzo dei tassi. La soluzione potrebbe essere quella di far innalzare l’altra componente del tasso d’interesse pagato, lo spread, ossia il differenziale applicato dalle banche per compensare il rischio di credito. Improbabile? Non del tutto: Bernanke è un esperto proprio della relazione fra politica monetaria e politiche del credito.

La massiccia crescita economica cinese sta avendo un effetto paradossale e divergente sui prezzi delle materie prime e dei prodotti finiti: l’elevato ammontare di investimenti in impianti industriali, accoppiata alla fragilità finanziaria degli operatori privati genera l’assoluta necessità di far funzionare gli impianti a pieno regime, vendendo a qualsiasi prezzo pur di recuperare denaro fresco.
Di conseguenza, i prezzi delle materie prime necessarie alla produzione salgono, ma i prezzi dei prodotti finiti, a livello globale, vengono mantenuti bassi dalla concorrenza cinese. I dati sull’inflazione maggiormente presi in considerazione tendono ad essere quelli dei prezzi al consumo, al momento in crescita solo moderata.

D’altro canto, proprio i bassi tassi d’interesse hanno generato la bolla sul carry trade: l’elevato ammontare di liquidità in circolazione, il basso livello di tassi reali e la situazione sullo yen hanno ampliato eccessivamente la domanda per qualsiasi attività finanziaria in grado di generare reddito. Tale domanda viene infatti esasperata dalla capacità degli acquirenti di finanziarsi a costi ridotti, grazie al basso livello dei tassi d’interesse, ma anche alla facilità con la quale le grandi banche aprivano linee di credito per gli hedge fund e dalle ridotte commissioni richieste per i prestiti. La vera e propria bolla speculativa sul credito ha cominciato a sgonfiarsi soltanto in questi ultimi giorni, innescata dalle preoccupazioni sui subprime, con un netto aumento dei premi richiesti per finanziare operazioni rischiose e una brusca riduzione della domanda. Si assiste anche ad una maggiore cautela delle banche d’affari, che hanno deciso di ridurre le linee di credito agli hedge fund.

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