India – Ricetta cinese per frenare la liquidita’

La banca centrale indiana ha oggi inaspettatamente ordinato ai prestatori di aumentare la quota di riserve per impedire che flussi finanziari in entrata nel paese “inaccettabilmente alti” possano alimentare l’inflazione. La Reserve Bank of India ha aumentato al 7,5 per cento la quota di depositi che i prestatori devono accantonare, dal 7 per cento precedente. E’ la quarta volta che accade quest’anno. Contemporaneamente, il tasso chiave di indebitamento e quello di prestito overnight della banca centrale verso il sistema creditizio sono rimasti invariati, rispettivamente al 6 ed al 7,75 per cento.

L’India sta gestendo imponenti investimenti diretti esteri che hanno spinto la rupia al massimo degli ultimi 9 anni e mezzo ed accresciuto l’offerta di moneta. Il gevernatore della banca centrale, Reddy, ha parlato di “rischio di contagio”, in caso la liquidità iniettata negli Stati Uniti ed in Europa per combattere la crisi interbancaria originata dalla crisi dei mutui subprime si diriga verso il mercato indiano. Gli investitori esteri quest’anno hanno comprato 18,7 miliardi di dollari di azioni ed obbligazioni, doppiando il record di 9,46 miliardi del 2005. Ciò ha contribuito, da inzio anno, al rialzo del 45 per cento dell’indice Sensex (massimo storico di tutti i tempi), ed all’apprezzamento del 12,2 per cento della rupia. L’afflusso di fondi esteri è sorretto anche da un’espansione economica che in media dal 2003 è stata pari all’8,6 per cento annuale, facendo dell’India l’economia a maggior crescita dopo la Cina. La differenza con Pechino risiede nel fatto che l’India ha ampi e crescenti disavanzi di bilancia commerciale, e quindi la creazione di liquidità deriva dagli investimenti diretti esteri, mentre in Cina a questi ultimi si sommano surplus commerciali non sterilizzati.

La principale sfida per la banca centrale indiana è quindi quella di gestire l’afflusso di fondi e le sue implicazioni per la stabilità complessiva del sistema economico mantenendo al contempo un target d’inflazione al 5 per cento. Nella seconda settimana di ottobre l’indice annuo dei prezzi al consumo è stato del 3,07 per cento. E proprio per controllare il flusso di capitali esteri in entrata, lo scorso 25 ottobre l’autorità indiana per i mercati ha impedito l’emissione dei participatory notes, strumenti offshore legati ai derivati, cresciuti in tre anni e mezzo di 11 volte, a 3540 miliardi di rupie, pari al 52 per cento degli asset esteri in custodia presso istituzioni finanziarie indiane. La progressiva restrizione monetaria sta rallentando la crescita degli acquisti di beni durevoli di consumo, segnatamente auto e moto.

Il quadro inflazionistico è minacciato anche dalla crescita dei prezzi di alimentari ed energia, con le autorità che hanno finora impedito ai raffinatori pubblici di adeguare i prezzi locali dei carburanti, malgrado l’incremento del 47 per cento dei prezzi del greggio, da inizio anno.

Il primo ministro Manmohan Singh potrebbe convocare a breve elezioni anticipate per liberarsi della resistenza in politica economica dei suoi alleati comunisti, che finora hanno fatto ostruzione all’alleggerimento delle regole d’investimento estero ed alla vendita di beni statali. Da agosto si sono poi opposti all’accordo con gli Stati Uniti per un accordo di cooperazione sul nucleare civile che assicuri all’India stabilità negli approvvigionamenti energetici.

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