Nuclear Citi

Dopo Merrill, Citigroup. Dopo le banche d’affari, l’umiliazione delle dimissioni forzate del management, di mega-svalutazioni e del taglio al merito di credito tocca ad una delle maggiori banche commerciali, il caso di scuola della banca universale come modello teoricamente in grado di portare stabilità dei risultati. L’ennesima conferma di come non sia la frontiera dell’innovazione finanziaria, poco regolamentata e “selvaggia”, ad essere il problema, ma le banche tradizionali, da sempre opache, sovra-regolamentate e fiduciose nella manina salvatrice del governo.


Le notizie del weekend sono state decisamente negative, con le dimissioni dell’amministratore delegato Chuck Prince e l’annuncio di altre svalutazioni per una cifra record , ancora da definire: fra gli otto e gli undici miliardi di dollari. La cifra non include le svalutazioni già effettuate trimestre appena chiuso, che si erano attestate a 6,5 miliardi e si compara con una capitalizzazione di mercato di 187 miliardi di dollari.

La risposta delle agenzie di rating non si è fatta attendere: downgrade sia da parte di Standard&Poor’s che di Moody’s. Quella del mercato è stata altrettanto eloquente: il costo per comprare protezione dal default di Citigroup è ai massimi storici ed ha trascinato con se buona parte delle banche d’investimento, nonché, in misura minore, l’intero comparto americano. Il mercato del credito in generale è in ribasso e le Borse asiatiche sono andate in picchiata, con Hong Kong in chiusura a -5% .

Vero è che l’economia mondiale sembra ancora essere in condizioni robuste, che per trovare un segno negativo sulla Borse mondiali è necessario aver subito anche gli effetti negativi del cambio, che hanno azzerato i rendimenti di S&P e Dow Jones, oppure aver investito in Italia e che le borse asiatiche sono reduci da incrementi a due o a tre cifre, ma le preoccupazioni e le cautele ricominciano ad aumentare: il cocktail di una crisi finanziaria coniugata a rischi inflazionistici è il vero Uomo Nero degli investitori, a questo punto del ciclo economico.

Cercando di andare oltre il breve periodo, va notato come Citigroup sia notevole, a parte per le proprie dimensioni, per due caratteristiche: da un lato è la banca che maggiormente è stata attiva nello spostamento di attività finanziarie fuori bilancio (le conduit sono state inventate in una delle banche che formano Citigroup). Dall’altra, si tratta del tentativo maggiormente riuscito in terra americana per creare la cosiddetta “banca universale”, modello favorito dai tedeschi, ossia un conglomerato finanziario in grado di fornire qualsiasi prodotto finanziario a qualsiasi cliente. Assistiamo oggi al “successo” di tale strategia? Si è sempre saputo che le banche d’affari sono soggette ad una estrema volatilità degli utili, per la natura della propria attività, ma Citigroup è stata assemblata proprio con l’idea che mettere sotto lo stesso tetto banche, assicurazioni e broker avrebbe mitigato la volatilità dei risultati. Quello che sembra non essere stato mitigato è il classico “moral hazard” delle istituzioni finanziarie soggette a regolamentazione: ci siamo preoccupati per anni degli hedge fund e del “Far West” della nuova finanza, senza ascoltare coloro che prevedevano come i problemi sarebbero arrivati proprio da istituzioni sin troppo abituate a farsi schermo della regolamentazione degli istituti di emissione.

E’ la storia di ogni ciclo di panico finanziario: quando la soluzione è l’aumento della regolamentazione e non l’apertura alla concorrenza, il risultato è una illusoria solidità, pagata da contribuenti ed utenti, una facciata che nasconde l’incubazione di ulteriore instabilità.

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