Se anche gli svizzeri si preoccupano…

Anche la Banca Nazionale Svizzera, la banca centrale della Confederazione, ha abbandonato la proprie politica di rialzo dei tassi. La prospettiva di un rialzo dell’inflazione è più che controbilanciato dal timore che il contraccolpo della crisi del credito sulle banche elvetiche sia maggiore di quanto previsto. Soltanto la BCE sembra essere ancora beatamente intenta ad alzare i tassi.


Nessun rischio per la leggendaria sicurezza delle banche svizzere, in ogni caso: la mossa sembra dettata dalla tradizionale prudenza delle autorità elvetiche. Alcune istituzioni finanziarie svizzere, UBS in testa, hanno avuto pessimi risultati nell’ultimo trimestre ed hanno dovuto svalutare parte del proprio “magazzino titoli”, ma sono in una posizione migliore rispetto alle banche d’investimento americane. Sono infatti forti soprattutto nel private banking, ossia nella gestione di patrimoni di terzi, mentre sono operatori rilevanti ma non troppo dipendenti nelle aree più colpite dalla crisi: il trading in conto proprio, la strutturazione di conduit e SIV e il cosiddetto prime brokerage, ossia l’attività di supporto all’operatività di hedge fund, che implica prestare denaro ad operatori speculativi; un’attività estremamente redditizia in tempi di calma, ma decisamente pericolosa quando il tuo miglior cliente è indebitato fino al collo ed ha investito i soldi che gli hai prestato in obbligazioni strutturate che gli hai venduto e alle quali ci si riferisce, eufemisticamente, come “scorie tossiche”.
In questo contesto, l’atteggiamento della BCE lascia perplessi. La Banca Centrale europea continua a inviare messaggi che lasciano aperta la porta ad un rialzo dei tassi, a causa del rischio di eventuali pressioni inflazionistiche. Preoccupazione lodevole, ma forse a questo punto eccessiva, perlomeno nel breve termine e in confronto ai problemi nel sistema finanziario.
Il rialzo dell’euro contro dollaro funge normalmente da sostituto per un rialzo dei tassi, riducendo la competitività delle esportazioni europee, raffreddando l’attività economica e riducendo il rischio d’inflazione. Al contrario, risulta evidente che le tensioni sul mercato del credito non sono ancora terminate (sono del weekend gli annunci di ulteriori svalutazioni per Citigroup): è giusto che le banche che hanno compiuto investimenti rischiosi e ne hanno beneficiato negli anni passati ne sopportino ora i rischi,  ma sembra inutile porre degli ulteriori ostacoli che potrebbero danneggiare l’economia reale.
Fonte:WSJ.com

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