Il conto, per favore

“È impossibile ottenere il moto perpetuo per via meccanica, termica, chimica, o qualsiasi altro metodo, ossia è impossibile costruire un motore che lavori continuamente e produca dal nulla lavoro o energia cinetica”(Max Planck, Trattato sulla termodinamica, Dover -NY, 1945)

Per secoli l’uomo ha cercato di costruire una macchina che fosse in grado di muoversi con un moto perpetuo: oggi possiamo guardare con benevola indulgenza agli sforzi fatti in tal senso, sorridendo alla vista dei vari prototipi progettati nel corso degli anni prima che il genere umano si arrendesse all’infattibilità di tali progetti. in palese violazione dei due principi della termodinamica. Già alla fine del quindicesimo secolo il genio di Leonardo aveva intuito perfettamente la cosa :
“O speculatori dello continuo moto, quanti vani disegni in simile cerca ave’ creati! Accompagnatevi colli cercator d’oro”

Chissà cosa penserebbe oggi Leonardo se, in visita al ventunesimo secolo, aprisse il Financial Times e leggesse qualche articolo di attualità. Dovrebbe arrendersi all’evidenza e prender atto che anche nel terzo millennio l’uomo non si è ancora dato per vinto ed è ancora alla ricerca della macchina per il moto perpetuo, della mitica pietra filosofale. Come altrimenti spiegare il comportamento di tanti che sono corsi a ingolfare i portafogli di tranche di CDO sulla carta privi di rischio ma che promettevano rendimenti ben più generosi dei titoli privi realmente di rischio?

Qualcuno più naïf avrà davvero pensato: ma guarda un po’ questi ingegneri finanziari: sono riusciti a costruire la macchina perfetta in cui investo senza rischio e mi pagano un bello spread. Quasi quasi ci monto su un bel lungo a leva, tanto hanno un rating AAA.
Qualcuno meno naïf ma più pragmatico avrà anche pensato: bah, secondo me qui gatta ci cova, ma intanto visto che lo fanno tutti mi ci butto anche io altrimenti non tengo il passo dei concorrenti. Qualcuno più “smaliziato” si sarà invece detto: mah, i conti non tornano, ma il business sembra redditizio ed è un peccato non sfruttarlo: quasi quasi compro un po’ di sta roba, ci metto un po’ di leva ma poi la reimpacchetto ben bene e la rivendo: era talmente alta la fame di extrarendimenti che non deve esser stato difficile trovare investitori disposti ad acquistare tranche di prodotti strutturati che offrivano la garanzia di rating elevati.

Beh, ora con il senno di poi è piuttosto facile puntare il dito e stigmatizzare come un grossolano errore di valutazione quello che ora appare lapalissiano: così come non è possibile costruire un motore che produca dal nulla lavoro, è altrettanto impossibile investire in qualcosa realmente priva di rischio in grado di garantire rendimenti superiori al free –risk.

Già, priva di rischio: eh si, perché è questo quello che sostanzialmente vuol dire un rating di AAA, giudizio con cui le agenzie di rating hanno sostanzialmente “benedetto” queste tipo di strutture. Bisognerebbe scriverci un libro sulle agenzie di rating : possono sbagliare, certo. Tutti noi possiamo sbagliare. Ma una cosa è se sbaglia il signor Mario Rossi che è un price taker, non gode di informazioni privilegiate e in caso perde i suoi soldini. Altra cosa è se a sbagliare è qualcuno che fa quello di mestiere, che ha accesso a tutte le informazioni utili e che molto spesso partecipa direttamente al processo di strutturazione di questi prodotti. Si, perché proprio da questa attività le agenzie di rating traggono una parte importante dei loro profitti.

Sarà che qui da noi siamo sempre abituati a pensar male, però magari spazio per un piccolo dubbio su un macroscopico conflitto di interessi c’è realmente: sarebbe come immaginare un’azienda che produce beni sensibili come ad esempio farmaci sulla cui bontà ed adeguatezza è chiamata a pronunciarsi una commissione di superesperti, sostanzialmente a libro paga della società produttrice.
Tutto alla luce del sole, talmente evidente che deve esser sfuggito ai più. Eppure proprio questo è lo stato dell’arte nel sofisticatissimo mondo della finanza strutturata: ad aggravare la situazione bisogna ricordare come la materia dell’investimento in strumenti finanziari è spesso “regolata”, nel senso che in molte istituzioni finanziarie come i fondi pensione, fondi comuni, assicurazioni etc etc vengono messi dei paletti per regolare l’universo delle attività in cui è possibile investire. E (guarda un po’) il rating molto spesso assolve anche questa funzione: quindi oltre a esser un giudizio sulla cui “obiettività” si puo’ discutere molto, scopriamo esser non più solo un giudizio, ma anche un vero e proprio bollino di qualità istituzionalizzato. Questo ovviamente non è imputabile direttamente alle agenzie di rating, ma è altrettanto innegabile che il carattere ufficiale che ha finito per assumere il rating rende ancora più delicata l’intera questione.

Comunque la novità degli ultimi giorni è che questa volta a giudicare dalle notizie che ormai giornalmente arrivano sui mercati, il grossolano errore di valutazione non è stato più fatto dal signor solito Rossi, ma a sbagliare sono state le banche stesse, gli Hedge Fund, insomma tutti quegli operatori professionali a cui la mamma dovrebbe aver spiegato che Babbo Natale non esiste, che la pietra filosofale è una leggenda e che se qualcosa rende più del Bot evidentemente qualche rischio dietro deve esserci.

Ma allora chi paga il conto ora che il vaso di Pandora è stato scoperchiato? Le migliori menti di Wall Street stanno interrogando i loro supermodelli per capire intanto a quanto ammonta questo benedetto conto, e l’incertezza che circonda il mondo dei CDO, dei SIV e dei famigerati Level 3 assets sta mietendo ogni giorno vittime sui mercati: gli operatori hanno da sempre bisogno di certezza, di numeri da imputare nei modelli e sui cui ragionare. E’ l’ignoto che fa paura, è il non saper quantificare a quanto possono ammontare le perdite del sistema finanziario legate al subprime che spaventa e che fa saltare gli schemi di Wall Street. Insieme agli schemi iniziano a saltare anche le prime poltrone ma la questione ultima e più importante riguarda chi pagherà, alla fine dei giochi, il conto finale. Questo non è ancora ben chiaro, ma se la storia ci ha insegnato qualcosa, allora anche su questo fronte c’è davvero poco da stare allegri.

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One Reply to “Il conto, per favore”

  1. Il conto lo pagheranno tre gestori e il pubblico, se le cose si mettono davvero male. Sempre con la solita scusa: salvaguardare un “sistema finanziario” messo in pericolo proprio dalla deresponsabilizzazione o dalla politicizzazione dei suoi manager , di solito con misure che accrescono nel lungo periodo gli stessi rischi che hanno creato il problema.

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