Per un pugno di basis point

Una agenzia “minore”, che agisce su di una assicurazione “minore”, vale quanto la Fedeal Reserve?L’andamento della Borsa di New York dopo l’azione della Federal Reserve è una chiara testimonianza dello stato disfunzionale nel quale versa il mercato finanziario: il sollievo iniziale all’annuncio dell’agognata riduzione dei tassi ha portato gli indici in salita dell’uno per cento; è bastata tuttavia la notizia del taglio al merito di credito di Financial Guaranty Insurance da parte di Fitch per causare un tonfo tale da portare gli indici a chiudere in ribasso dello 0.5% .

Il taglio di 50 punti base deciso dalla Federal Reserve potrebbe comunque migliorare il tono del mercato nel breve e medio periodo, anche se il taglio era già ampiamente atteso e probabilmente già incorporato nell’andamento dei prezzi di questi giorni. Il continuo flusso delle notizie negative, sia dal fronte macroeconomico che da quello bancario, come il persistere di problemi strutturali come quello delle monoline insurance, mantiene i mercati in uno stato di estremo nervosismo.

Gli effetti sull’economia reale del taglio Fed si vedranno soltanto fra alcuni trimestri, quando potrebbero paradossalmente essere criticati per aver fornito eccessiva liquidità o per aver permesso una eventuale fiammata inflazionistica. Se è vero che al deflazione o una crisi bancaria sono devastanti per una economia, come il caso giapponese ci ricorda, l’inflazione ha costituito storicamente sicuramente il maggiore fattore di crisi per la struttura economica negli ultimi 50 anni.

Nel frattempo, rimaniamo con tutti i problemi degli ultimi mesi, primo fra tutti un sistema finanziario che ha bisogno di tempo per potersi riorganizzare. Purtroppo, rischia proprio di venire a mancare il tempo, per gli effetti deleteri che una stretta eccessiva sul credito potrebbe avere sull’unico settore che mantiene a galla l’economia americana e di molte nazioni dell’Europa occidentale, ossia il settore aziendale non finanziario.

Le aziende non bancarie, infatti, godono di ottima salute e stanno continuando ad investire. In questo caso, la crisi non è nata da un eccesso di investimenti industriali: le aziende, reduci soprattutto negli USA dai tremendi ricordi della bolla e successiva crisi a cavallo del 2000, hanno espanso capacità produttiva in maniera molto più “razionale” che in passato e , per la prima volta da decenni, sono state attente al controllo dei costi ed alla produttività anche in tempi di abbondanti profitti. Nel caso degli USA, gli investimenti aziendali sono l’ancora che impedisce all’economia di andare in recessione.

Il vero problema deriva dalla bolla nel settore immobiliare, generata dall’eccesso di credito concesso dal sistema bancario ad alcuni attori del “nuovo modello finanziario” nella gestione del credito immobiliare. Giova ricordare come la “bolla” non sia nata a causa della cartolarizzazione dei mutui subprime, ma dal credito eccessivo concesso agli acquirenti di tali strumenti: hedge fund e “conduit ” bancarie, ossia strumenti fuori bilancio gestiti dalle banche stesse, al riparo dell’implicita garanzia statale concessa in cambio di una regolamentazione tanto invadente quanto, evidentemente, ben poco efficace se non a fini politici.

Una riduzione del al credito bancario alle imprese è uno dei rischi dell’opera di pulizia dei blianci che le banche americane stanno compiendo; una mossa poco lungimirante, ma probabile, soprattutto da parte di banchieri in preda al panico, interessati soltanto a ridurre gli impieghi e non a discriminare sulla qualità degli impieghi stessi. E’ certo che il settore aziendale dovrà perlomeno sopportare un aumento dei costi di finanziamento, in quanto le banche non si possono permettere di finanziare i propri clienti a tassi superiori al costo a cui esse stesse raccolgono denaro; un razionamento del credito, a lungo andare, fermerebbe proprio l’unico “motore” rimasto all’economia americana.

In questo contesto, un errore di valutazione della Fed avrebbe conseguenze devastanti: un aumento dell’inflazione distruggerebbe ogni incentivo al controllo dei costi da parte aziendale, alla disciplina negli investimenti ed al controllo sul debito, mentre una crisi creditizia di largo respiro aprirebbe le porte ad uno scenario “giapponese” le cui implicazioni sarebbero altrettanto pericolose.

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