Il dollaro veicolo di carry trade?

Secondo alcuni currency strategist il dollaro si troverebbe in un processo di re-rating, cioè di modifica strutturale del proprio ruolo sui mercati globali, non dissimile da quanto è accaduto e sta accadendo al mercato del credito. Addirittura alcuni ipotizzano che il dollaro possa diventare veicolo di finanziamento per i carry trades, vista la sua recente evoluzione a divisa a basso rendimento. L’ipotesi sarebbe suffragata dai nuovi minimi toccati dal cambio con il dollaro australiano e neozelandese, che restano divise ad alto (e crescente) rendimento.

La costante tendenza all’indebolimento e la presenza di tassi in calo fanno del dollaro statunitense un potenziale candidato a divisa d’indebitamento, anche se la volatilità ancora elevata agisce da disincentivo all’apertura delle posizioni. Quello che è certo è che il dollaro è entrato in un uncharted territory, quello della possibile mutazione di un modello di sviluppo finora basato sui consumi e su deficit crescenti della bilancia commerciale. La rottura della soglia di 1,50, ieri, è avvenuta in presenza della preoccupata e preoccupante audizione di Ben Bernanke ma anche di dati macro dell’Area Euro che non suffragano l’ipotesi di capitolazione macroeconomica anche dell’economia della moneta unica. Insomma, l’Europa resiste, e la Bce non sembra affatto intenzionata ad allentare la politica monetaria, anche a causa di generosi rinnovi contrattuali in Germania.

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