La Fed inietta nuova liquidità, ma la crisi è di solvibilità

Oggi la Fed ha annunciato la creazione della Term Securities Lending Facility, in base alla quale presterà ai primary dealers (le 20 banche che trattano direttamente con la Fed) fino a 200 miliardi di dollari di titoli del Tesoro in aste della durata di 28 giorni ottenendone in cambio anche titoli di debito, incluse le cartolarizzazioni ipotecarie, che nelle ultime settimane hanno significativamente perso valore a seguito delle insolvenze dei mutuatari. Al contempo, la Fed ha annunciato di aver triplicato (rispettivamente da 10 a 30 e da 2 a 6 miliardi di dollari) le linee di currency swap a disposizione della Banca Centrale Europea e della Banca Nazionale Svizzera.

L’azione di Bernanke è mirata a contrastare la crescente illiquidità provocata dalla difficoltà delle banche a finanziare posizioni in mortgage bonds. Con la Term Securites Lending Facility, che si affianca alla Term Auction Facility, gli intermediari potranno scambiare (pro-tempore) i propri titoli immobiliari con titoli del Tesoro, che potranno quindi essere utilizzati per ottenere finanziamenti. Tutto bene, quindi, anche a giudicare dalla iniziale reazione dei mercati azionari e del credito? Non proprio. Questa è una crisi di solvibilità, che a sua volta ha trainato una crisi di liquidità. Finché non apparirà inequivocabilmente chiaro a quanto ammontano le perdite sulle cartolarizzazioni immobiliari e sui titoli strutturati di credito (e chi eventualmente soccomberà alla crisi), le istituzioni finanziarie resteranno molto sospettose e timorose a prestarsi denaro, e le pressioni sull’interbancario sono destinate a persistere e a riproporsi periodicamente (oggi l’euribor a 3 mesi è stato fissato poco sotto 4,60 per cento, nuovo massimo dallo scorso 9 gennaio) e non sarà determinante dare in pegno titoli del Tesoro (ottenuti pro-tempore) per migliorare il proprio standing creditizio. Va tuttavia elogiata l’azione della Fed, che sta utilizzando tutta una gamma di strumenti alternativi per contrastare almeno l’aspetto di liquidità di questa grave crisi.

Tra gli altri dati del giorno, segnaliamo quello sulla bilancia commerciale statunitense di gennaio, che registra un deficit nominale di 58,2 miliardi di dollari, contro i 57,9 miliardi di dicembre (ridimensionato rispetto alla prima stima) e stime di consenso che ipotizzavano un deficit a 59,5 miliardi. In termini reali, cioè correggendo per le influenze dei prezzi, il deficit di gennaio è inferiore alla media del trimestre precedente, il che suggerisce che il commercio estero potrà contribuire positivamente alla crescita statunitense, grazie alla debolezza del dollaro ed alla ancora robusta domanda che proviene dai principali partner commerciali degli Stati Uniti, Asia ed Area Euro in primo luogo.

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