Good times, bad times

Il mercato continua a regalare soddisfazioni agli ottimisti, grazie ad un mix di fattori tecnici e alla speranza di una soluzione avvicinata alla crisi del credito. Le borse festeggiano, negli ultimi giorni l’indice Itraxx ha messo a segno la propria miglior performance di sempre. Si comincia a pensare che le massicce svalutazioni bancarie, unite alle prime defenestrazioni di manager ai massimi livelli e alla richiesta di nuovo capitale da parte delle banche, segnalino davvero l’inizio della fine della crisi del credito. Ma allora, perché prosegue il diluvio di nuove emissioni obbligazionarie di matrice bancaria, tutte a fortissimo sconto? E’ già troppo tardi per evitare il contagio alla cosiddetta “economia reale”, come ha oggi ammesso anche il governatore della Fed Bernanke?

UBS ha annunciato ieri svalutazioni record, la liquidazione di buona parte del proprio portafoglio di prodotti di credito strutturato e cartolarizzazioni e le dimissioni del proprio amministratore delegato, nonché un massiccio aumento di capitale da 15 miliardi di dollari per rimpinguare le proprie riserve. Deustche Bank ha annunciato svalutazioni e riconosciuto che il prossimo trimestre sarà drammatico. La banca d’affari Lehman Brothers ha annunciato di voler raccogliere altri 3 miliardi di capitale, per rafforzare le proprie finanze.

Il mercato ha premiato tutto il settore bancario, a seguito delle mosse che vengono intraprese per riparare i bilanci delle istituzioni finanziarie; aiuta molto anche l’ennesima, poderosa iniezione di liquidità operata dalle banche centrali negli ultimi giorni, per circa 150 miliardi per quanto riguarda la sola BCE ed hanno molto aiutato le misure eccezionali con le quali la Fed ha sostenuto il settore finanziario statunitense, misure forse dannose nel lungo termine, ma decisamente benefiche nel breve.

Sembra di assistere ad una ripetizione del 2002-2003, quando massicce svalutazioni da parte delle aziende e decisioni di aumentare il capitale portavano a rally di Borsa. In quel frangente, tuttavia, le banche erano solide e pronte a prestare, mentre l’economia non mostrava segni di sofferenza acuta al di fuori del settore aziendale; eppure furono necessari quasi due anni, prima che la crisi fosse definitivamente superata.

Oggi, i dati macroeconomici segnalano un rapido declino nella crescita , come ha ammesso anche il governatore della Fed Bernanke. Non si tratta solamente degli USA; il Fondo Monetario Internazionale ha rivisto al ribasso gran parte delle previsioni per il continente asiatico, che non pare essere ancora in grado di sganciarsi dagli USA. Ci troviamo di fronte ad una corsa contro il tempo: se il settore bancario non ripara in fretta i propri bilanci e non ricomincia a intermediare flussi finanziari in maniera corretta, il settore industriale, ancora in decente salute, rischia di fermarsi, bloccando l’ultimo volano possibile di crescita, dopo la riduzione dei consumi privati.

Può darsi che la crisi sia ad un punto di svolta e che, questa volta, la luce in fondo al tunnel sia l’uscita e non un treno, ma in ogni caso, la strada verso l’uscita è ancora lunga.

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