Russia – E’ l’economia il punto debole di Putin

di Mario Seminerio – © Libero Mercato

La recente guerra tra Russia e Georgia e la sequenza di azioni e reazioni che hanno condotto al congelamento delle relazioni diplomatiche e militari tra Mosca e l’Occidente, hanno suscitato timori di una nuova Guerra Fredda. Per tentare di comprendere lo scenario evolutivo della crisi può essere utile analizzare le attuali condizioni economiche della Russia. L’ultimo dato del pil russo, relativo al periodo gennaio-maggio, indica una crescita del 7,9 per cento annuale, in linea con quella che può essere considerata la velocità di crociera dell’economia della Federazione. Ma dietro questo numero di sintesi si celano irrisolti problemi strutturali.

Il tasso d’inflazione è prossimo al 15 per cento, circostanza che sta provocando un profondo stress alle condizioni di vita di lavoratori dipendenti e (soprattutto) pensionati, con i secondi che possono contare su un tasso di sostituzione (il rapporto tra pensione e ultimo stipendio) pari ad un misero 30 per cento medio. Il governo ha crescenti difficoltà a ricondurre la dinamica dei prezzi entro il target del 10,5 per cento, ed è costretto ad utilizzare parte degli introiti della rendita petrolifera per adeguare salari e stipendi, alimentando una classica spirale prezzi-salari. La presenza di un forte collo di bottiglia nel mercato del lavoro (con  riduzione nelle dimensioni assolute della forza lavoro), produce una carenza di manodopera generica e specializzata, causando aumenti dei salari reali circa doppi rispetto al tasso di crescita della produttività. Il combinato disposto di questi elementi è una domanda interna che oggi sta crescendo a passo circa doppio rispetto al pil, con chiare evidenze di surriscaldamento dell’economia. Il governo federale ha finora fatto poco per attenuare gli squilibri strutturali, ed anche il surplus fiscale derivante dalla rendita petrolifera mostra da mesi segni di riduzione, a conferma di una posizione di politica fiscale accomodante e prociclica.

Gli squilibri strutturali
Il surriscaldamento dell’economia russa ha poi tratto alimentazione dai forti afflussi di capitali che hanno interessato sia il settore bancario che quello non bancario. Tali afflussi, che si sommano al surplus commerciale prodotto dall’export petrolifero, erano giustificati dal basso rischio politico percepito dagli investitori esteri, ed hanno determinato un eccesso di offerta di moneta sul mercato domestico. Come classicamente succede in tali situazioni, ciò ha drogato i consumi ed il credito, secondo una nota sequenza di surriscaldamento propria delle economie emergenti. Le autorità monetarie russe si sono finora dimostrate incapaci di sterilizzare l’imponente aumento dell’offerta di moneta, che nel 2007 è risultata pari al 44 per cento, ben sopra la crescita dei redditi nominali, ed anche questo ha contribuito ad alimentare le pressioni inflazionistiche. Dal versante della politica del cambio, la Russia ha costruito un paniere valutario composto per il 55 per cento dal dollaro e per il 45 per cento dall’euro, consentendo solo limitate fluttuazioni giornaliere nei due sensi per evitare di danneggiare la posizione dei propri esportatori. Se questa narrativa vi ricorda in modo impressionante quella sugli squilibri cinesi, non vi sbagliate: sono pressoché identiche, nelle loro componenti strutturali. Di squilibrio in squilibrio, il cambio reale del rublo ha finito quindi con l’apprezzarsi in modo vistoso, minando la competitività manifatturiera russa e stimolando afflussi di “denaro caldo” da parte della speculazione internazionale, che ha iniziato a scommettere sempre più su una rivalutazione del rublo per sanare almeno parte degli scompensi.

Ma la Russia soffre anche e soprattutto di squilibri a lungo termine, quelli più gravi e destinati, se non rettificati, a mettere a rischio la sopravvivenza stessa della Federazione. Il problema più grave per la sostenibilità di lungo periodo dell’economia e della società russa è quello demografico: un tasso di fertilità totale media pari solo a 1,4-1,5, a fronte di un valore di stazionarietà pari a 2,1 figli per donna; una speranza di vita inferiore ai 70 anni; una forte incidenza di malattie cardiovascolari (soprattutto nella popolazione maschile), sono elementi che proiettano già nel breve periodo una riduzione in valore assoluto della popolazione. Già oggi la Russia necessita, al corrente livello di attività economica, di un afflusso annuo di circa un milione di immigrati. Il Cremlino guarda con crescente preoccupazione all’addensamento di popolazione pilotato dal governo cinese ai propri confini orientali. La minaccia demografica viene portata alla Russia dall’esterno, nella “cintura islamica” che cinge la Federazione sul suo fianco Sud, ma anche dall’interno, con i drammatici differenziali nei tassi di natalità (e di conseguenza nell’età mediana) dei ceppi etnici che oggi vivono in Russia, con le popolazioni islamiche che stanno riproducendosi a passo ben più rapido delle etnie cristiane. Secondo proiezioni Onu del 2005, la popolazione russa potrebbe ridursi di un terzo entro il 2050, circostanza che provocherebbe l’implosione della Federazione. Non a caso l’ex presidente (e unico dominus del paese) Vladimir Putin, ha lanciato un programma di welfare pro-natalista che prevede anche forti aumenti della spesa sanitaria.

Investimenti stranieri in ritirata
Si diceva dell’afflusso di capitali esteri in Russia, in passato agevolato dal ridotto rischio geopolitico percepito. Una valutazione drammaticamente sconfessata dagli eventi delle ultime settimane, che stanno già determinando un’inversione di tendenza. Per un paese che vive un boom creditizio da afflusso di capitali, questa circostanza potrebbe provocare un violento credit crunch. Il deflusso di capitali dalla Russia è destinato ad essere alimentato anche dai sempre più numerosi episodi di sentenze giudiziarie avverse ai partner occidentali in joint ventures con imprese russe. Il caso più recente è l’inibizione per due anni ad entrare nel paese comminata la scorsa settimana da una corte di Mosca a Robert Dudley, amministratore delegato di BP-TNK, joint venture anglo-russa nel settore dell’energia. Il provvedimento, giunto al termine di uno stillicidio di perquisizioni fiscali, di polizia e dei servizi segreti, è l’esempio paradigmatico della crescente conflittualità tra gli oligarchi russi e le società occidentali loro socie. Pochi giorni fa una corte siberiana ha comminato una sanzione di tre miliardi di dollari alla società telefonica norvegese Telenor, per presunte violazioni dei diritti degli azionisti di minoranza in una joint venture con una società locale. I norvegesi hanno immediatamente dichiarato la propria intenzione di disinvestire e lasciare la Russia. E’ evidente che simili episodi rappresentano la spia di un clima sfavorevole all’investimento diretto estero, in un paese che peraltro non riesce a tutelare efficacemente i diritti di proprietà, base fondamentale per l’affermazione di un mercato degno di tale nome.

Nessuna meraviglia se gli indici azionari russi erano in picchiata già da qualche settimana prima dello scoppio delle ostilità nel Caucaso, e prima ancora della forte correzione delle quotazioni del greggio. La Russia resta un paese con un’industria estrattivo-mineraria largamente predominante sulla manifattura. I livelli di produzione di gas e petrolio russo sono stazionari o lievemente cedenti: si tratti di Peak Oil effettivo o solo di carenza di tecnologia, la presenza di condizioni politiche sempre più avverse all’investimento estero sta drammaticamente aumentando la vulnerabilità del paese.

Vulnerabilità e punti di forza
Tra il 1986 ed il 1997 l’Unione Sovietica sperimentò un primo Peak Oil: un calo del 43 per cento nella produzione domestica di petrolio. Quella crisi causò alla società sovietica un devastante impoverimento, fino al crollo del sistema. Un recente studio econometrico (Former Soviet Union oil production and GDP decline: Granger causality and the multi-cycle Hubbert curve, Energy Economics, Volume 30, Issue 2, March 2008, Pages 271-289 Douglas B. Reynolds, Marek Kolodziej) ha mostrato che il calo della produzione petrolifera sovietica ha preceduto (e non seguito) il calo del pil. In sintesi, l’Unione Sovietica è stata vittima del proprio Peak Oil domestico, i cui effetti sono stati amplificati dalla guerra afghana, dal crollo dei prezzi del petrolio, e dalla necessità per i sovietici di importare cibo. La Russia post-sovietica si è risollevata dal primo Peak Oil a prezzo di indicibili sofferenze umane. Il forte aumento dei prezzi dell’energia ha risollevato il paese in parallelo alla modernizzazione dell’industria estrattiva; le enormi risorse così ottenute hanno permesso alla leadership russa di evitare un’implosione del paese che avrebbe avuto conseguenze potenzialmente devastanti per l’intero pianeta.

Oggi il rischio di Peak Oil si ripresenta, come mostrano gli ultimi dati di produzione. E la Russia si trova impreparata, con una base manifatturiera limitata e poco produttiva, vittima della “malattia olandese” che tende ad affliggere i paesi ricchi di risorse naturali, e scarsa apertura agli investimenti occidentali nell’energia. Non tutte le vulnerabilità degli anni Ottanta sono presenti oggi: i prezzi del petrolio sono verosimilmente destinati a restare sostenuti e la Russia è tornata ad essere uno dei granai del mondo. Resta l’incognita militare, ma finora il paese ha mostrato di puntare più alla propria stabilizzazione e consolidamento che ad improbabili avventure neo-imperialistiche, contrariamente all’interpretazione del conflitto nel Caucaso oggi dominante sui media occidentali. Anche per questo motivo l’Occidente deve puntare a far evolvere la Russia verso le fattezze di una democrazia capitalistica matura. Una prova di forza che giungesse all’implosione di una potenza nucleare che si estende per undici fusi orari e confina con Cina e Islam avrebbe conseguenze che nessuno (a Washington, Bruxelles e Mosca) può permettersi.

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