Stati Uniti – Contrazione nel terzo trimestre

L’economia statunitense ha sofferto nel terzo trimestre la maggior contrazione dal 2001. Il prodotto interno lordo è diminuito dello 0,3 per cento su base annualizzata, contro attese poste a meno 0,5 per cento. Ieri, la Federal Reserve ha tagliato il tasso sui Fed Funds di mezzo punto percentuale per la seconda volta nel mese di ottobre, ammonendo su ulteriori rischi al ribasso per la congiuntura. La flessione del pil segue l’anomala espansione del 2,8 per cento nel secondo trimestre. Quella di oggi è la prima stima del pil del terzo trimestre, e sarà seguita da due revisioni, in novembre e dicembre, quando ulteriori dati saranno resi disponibili.

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GM: Hummer(ed) down

General Motors ha riportato oggi i risultati trimestrali che sanciscono di fatto la fine di un’era in cui l’azienda di Detroit è stato il più grande produttore di auto del mondo. Anche in questo trimestre Toyota ha allungato il passo e difficilmente GM riuscirà nell’impresa di riguadagnare il terreno perduto. Gia l’anno scorso il margine era molto esiguo ma la drammatica crisi in cui versa il settore auto americano ha giocato a favore della casa nipponica che ha pagato un pegno minore in termini di diminuzione  di volumi sulle vendite auto.

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Il mercato ha sempre ragione. Forse

Uno degli indicatori maggiormente seguiti dalle banche centrali nella determinazione delle attese inflazionistiche di lungo periodo è il cosiddetto breakeven inflation rate, cioè il tasso d’inflazione implicito che si ottiene sottraendo dal rendimento nominale di un titolo di stato il rendimento reale implicito in un titolo governativo di pari scadenza indicizzato all’inflazione. Nelle ultime settimane, in parallelo all’aggravarsi della crisi finanziaria, si è assistito ad un forte ribasso nei prezzi dei titoli di stato inflation-linked. Ciò ha determinato un abbattimento dell’inflazione di breakeven, ed un parallelo aumento dei tassi d’interesse reali. Da cosa potrebbe derivare questo movimento?

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Bond bancari, un approfondimento necessario

Le recenti turbolenze dei mercati, la larga esposizione delle famiglie italiane alle obbligazioni bancarie e la prospettiva di una garanzia governativa più o meno esplicita su questa tipologia di strumenti hanno acceso l’interesse della stampa (specializzata e non) su questo segmento del mercato. Come spesso accade, sotto la spinta emozionale della stringente attualità se ne è scritto molto, colpevolmente in ritardo e con numerose imprecisioni. Cerchiamo dunque di fare un po’ di chiarezza sia  a livello terminologico che pratico.

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Cina – La crescita rallenta

L’economia cinese, il maggior contributore alla crescita globale, si è espansa nel terzo trimestre al passo più lento da cinque anni, dopo che la crisi finanziaria ha tagliato la domanda per l’export. Il prodotto interno lordo è cresciuto del 9 per cento tendenziale, a fronte di un più 10,1 per cento del secondo trimestre e di stime di consenso che ipotizzavano una crescita del 9,7 per cento. Si tratta del quinto trimestre consecutivo di crescita in rallentamento, e potrebbe esacerbare i cali nei prezzi di ferro, rame, e petrolio, frenando la domanda di export interna all’Asia, dove le economie stanno già contraendosi.

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Bond bancari, perché no?

A tutti quelli che lavorano nel settore finanziario sarà sicuramente capitato di esser bersagliati nelle ultime settimane dalle domande più incredibili di quanti (amici e parenti) sono legittimamente spaventati dalla situazione sui mercati. Anche a chi scrive è quindi toccato l’ingrato compito di andare a curiosare in fogli sgualciti con l’estratto del conto titoli (spesso altrettanto sgualcito), ed è rimasto realmente sorpreso nello scoprire un incredibile sottobosco di emissioni di istituti bancari collocati ai clienti: ovviamente parenti e amici erano preoccupati riguardo al prezzo del titolo oggi, mentre noi guardavamo stupefatti le condizioni incredibilmente fuori mercato a cui questi titoli sono stati in moltissimi casi emessi.

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Come si dice piano Paulson in Svizzera?

La Confederazione svizzera ha raggiunto un accordo con UBS, la banca europea che ha finora subito le maggiori perdite dalla crisi dei mutui. In base all’accordo UBS emetterà obbligazioni convertibili (mandatory convertible) per 6 miliardi di franchi, interamente sottoscritte dalla Confederazione, e conferirà fino a 60 miliardi di dollari di attivi rischiosi ad un fondo sostenuto dalla Banca Nazionale Svizzera. Il governo svizzero, inoltre, procederà ad aumentare la garanzia sui depositi ed a sostenere i prestiti interbancari delle banche del paese. Le misure adottate determinano il riallineamento della Svizzera alle iniziative adottate dall’Eurogruppo lo scorso fine settimana. Tecnicamente, UBS venderà 6 miliardi di franchi di mandatory convertible notes al governo svizzero. Dopo la conversione obbligatoria Berna avrà il 9,3 per cento della banca. La Banca Nazionale Svizzera, poi, presterà 54 miliardi di dollari per finanziare il fondo di attivi tossici, ricevendone in cambio un interesse e la compartecipazione ad eventuali utili.

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