Fallimenti vichinghi

L’Islanda sarà il prossimo salvataggio? Il caso islandese offre una rara coccasione per una dimostrazione drammaticamente efficace dei problemi derivanti da un salvataggio bancario. La corona islandese ha perso il 14% in due giorni e il CDS, ossia l’assicurazione contro il fallimento della nazione, adesso richiede un pagamento anticipato del 15% del valore assicurato ed il 5% di commissione all’anno.

Cosa è successo? Un incrocio fra espansionismo vichingo, follia statolatrica ed abile sfruttamento della bolla creditizia scatenata dagli eccessi di liquidità di altre nazioni.L’isola nordica è  decisamente particolare: è una nazione molto piccola sia in termini di popolazione che di PIL , 300 mila abitanti per 19 miliardi di dollari, la cui storia economica recente ha visto notevoli episodi inflazionistici, lasciando tassi d’interesse relativamente elevati in termini nominali rispetto ai  rendimenti di titoli di stato in euro ed in dollari.

Questo differenziale è stato particolarmente rilevante negli anni dal 2003 al 2006, quando le ingenti iniezioni di liquidità da parte delle banche centrali e, poi, la bolla del credito hanno ridotto al lumicino i rendimenti di qualsiasi attività anche rischiosa.

Molti investitori cominciarono in quegli anni ad investire in corone islandesi: la nazione è da sempre politicamente stabile, prospera, socialmente tranquilla. L’inflazione, in rapido calo, poneva problemi sempre minori ed il debito pubblico era quasi inesistente. I tassi a due cifre pagati dalle banche di Reykjavik erano ormai una rarità per una nazione del “primo mondo”. Le tre  maggiori banche islandesi e alcuni imprenditori locali hanno sfruttato gli elevati tassi d’interesse per lanciarsi in una spettacolare espansione oltremare, soprattutto in Gran Bretagna; i fondi necessari  sono arrivati dalla platea degli investitori istituzionali, felice per la elevata remunerazione ed hanno permesso alla piccola nazione di ammassare attività estere equivalenti a circa nove volte il proprio PIL.

Di fatto, queste operazioni hanno trasformato la corona islandese in qualcosa più simile ad una cambiale emessa da un hedge fund che ad una moneta “normale”: i flussi relativi all’indebitamento dall’estero e successivo investimento, sempre all’estero, dominano non soltanto quelli relativi al commercio internazionale, ma persino quelli interni.

In Islanda, la prima banca ad andare in crisi è stata Glitnir, la più piccola fra gli istituti maggiori e quella con la struttura finanziaria più precaria: Glitnir ha infatti una base di depositi molto ridotta, che copre a malapena un terzo degli impieghi; il resto viene finanziato sul mercato monetario e con emissioni obbligazionarie, che ultimamente non hanno trovato compratori. Lo stato islandese è prontamente intervenuto per salvare la banca, iniettando 600 milioni di dollari in cambio di un aumento di capitale che lo porta a possedere i tre quarti del capitale. Un caso di fallimento di mercato brillantemente risolto da un audace intervento statale, quindi? Al contrario. L’ennesima dimostrazione del fallimento delle politiche socialiste,  per due motivi.

Innanzitutto, il tentativo di salvataggio ha semplicemente trasferito il problema dal sistema bancario al rischio paese. L’Islanda non ha le risorse per gestire da sola la crisi: è vero che il debito è soltanto il 20% del  GDP, ma la sola Glitnir ha un fabbisogno di liquidità di alcune centinaia di milioni di euro soltanto nelle prossime settimane e di tre miliardi (ossia il 10% del PIL islandese) nel 2009.  La banca centrale islandese non può stampare Euro o dollari, ma soltanto corone islandesi con cui poi acquistare altre divise. Ecco spiegato il crollo della  divisa islandese e l’impennata del rischio di credito: il debito non può che esplodere al rialzo. Il Tesoro islandese sta già cercando di ottenere dai governi amici una linea di credito da dieci miliardi, con cui staiblizzare la situazione.

In secondo luogo abbiamo i rischi legati ai falsi sensi di sicurezza derivanti dalla garanzia statale, più o meno implicita. Nessuno si è preoccupato di verificare quanto solvibili fossero le banche o lo Stato islandese, almeno all’inizio: i governi europei salvano sempre le proprie banche, vero? Vero. Ci provano almeno, ma cosa succede se la banca in questione è troppo grande? Succede che l’illusione dello Stato onnipotente viene smascherata brutalmente. Per una volta, il Leviatano era soltanto un pesce piccolo. Il caso islandese offre uno scorcio interessante sulle conseguenze dei salvataggi bancari proprio perché la ridotta dimensione del bilancio governativo pone in drammatica evidenza i costi da sopportare, senza le cortine fumogene possibili per una grande nazione; altrove, grazie a maggiori risorse e debito denominato nella propria divisa,  questa dinamica viene mascherata  e dilazionata, anche se rimane invariata ed è altrettanto perniciosa.

Ricordiamocelo, quando invochiamo la mano santa governativa, l’impiego sociale delle risorse: qualcuno deve pagare, sempre, per errori spesso ingigantiti dalle illusioni fornite dall’apparato statale.

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