Stati Uniti – La perdita di occupazione accelera

Il tasso di disoccupazione statunitense è salito in ottobre al 6,5 per cento da 6,1 per cento di settembre, mentre il numero di occupati nel settore non agricolo è diminuito di 240.000 unità, che si sommano alla perdita di 284.000 impieghi in settembre, dato rivisto in forte ribasso rispetto alla originaria stima di 159.000 impieghi in meno. Per questa serie storica si tratta del peggior bimestre dal 2001. Ad oggi, esiste la quasi certezza che il mercato del lavoro peggiorerà ulteriormente da qui all’insediamento di Barack Obama, il prossimo 20 gennaio, e ciò rende sempre più probabile l’adozione di un pacchetto aggiuntivo di stimolo fiscale prima della Inauguration.

Le stime di consenso ipotizzavano una riduzione degli occupati di 200.000 unità nei non-farm payrolls, ed una disoccupazione al 6,3 per cento, la maggiore dal 1994. Dopo le revisioni, gli impieghi persi in agosto e settembre sono aumentati di 179.000 unità. Nel 2008 l’economia ha perso 1.180.000 posti di lavoro. La manifattura ha perso 90.000 posti, maggiore perdita mensile da luglio 2003, dopo quella di 56.000 unità di settembre, e stime poste a meno 65.000. Al calo ha tuttavia contribuito anche lo sciopero dei tecnici di Boeing, che si è concluso a inizio novembre. Il calo del mese include la perdita di 9.100 impieghi nell’industria dell’auto.

Il dato di oggi riflette ancora una volta la profonda crisi dell’immobiliare residenziale, con una perdita di 49.000 posti nel settore delle costruzioni. Le imprese finanziarie hanno soppresso 24.000 posti netti, dopo i 16.000 eliminati il mese scorso. Il settore dei servizi, che include banche, assicurazioni, ristoranti e dettaglianti ha sottratto 108.000 posti, dopo la distruzione netta di 201.000 in settembre. In aumento di 23.000 unità gli occupati netti nel settore pubblico, a fronte dei 41.000 posti persi in settembre.

Tra le evidenze aneddotiche del peggioramento del mercato del lavoro, American Express ha annunciato il 30 ottobre il taglio del 10 per cento dei propri organici, circa 7000 persone, nel tentativo di tagliare i costi e fronteggiare le crescenti insolvenze.

La settimana lavorativa media è rimasta invariata 33,6 ore, così come l’orario settimanale medio dei lavoratori di produzione (a 40,6 ore) ed il ricorso allo straordinario (3,6 ore settimanali). I salari orari medi sono cresciuti dello 0,2 per cento mensile, e del 3,5 per cento su base annuale. La perdita di posti di lavoro, il crollo dei prezzi delle abitazioni e la stretta creditizia attuata dalle banche sono concause dell’ulteriore deterioramento atteso nella spesa di consumatori ed imprese.

Riguardo il tasso di disoccupazione, pari come detto al 6,5 per cento, esso è composto per il 3,7 per cento job losers (cioè di quanti hanno perso il lavoro), contro il 3,3 per cento del mese precedente, mentre restano invariate le altre componenti: job leavers (cioè quanti lasciano il lavoro di propria iniziativa), allo 0,6 per cento, rientranti (1,7 per cento) e nuovi ingressi (0,5 per cento). Inoltre, il numero di disoccupati, tra i lavoratori a tempo pieno, sale dal 6,2 al 6,7 per cento, mentre cala il tasso tra i part-timers, dal 5,9 al 5,7 per cento. Questo dato conferma quello sulle determinanti del part-time: il numero di quantio lavorano a tempo parziale “per ragioni economiche” passa da 6,055 milioni a 6,7 milioni di persone., di cui 4,733 milioni (da 4,232 milioni) per “slack work“, cioè impossibilità di ottenere il tempo pieno. In aumento anche la durata della disoccupazione, sia quella media (19,7 settimane da 18,4) che quella mediana (da 10,2 a 10,6 settimane).

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