Luci spente in Cina

Le statistiche cinesi sono spesso poco affidabili, ma il numero di indicatori che puntano ad una brusca decelerazione delal crescita stanno aumentando, sino a far temere ad alcuni un declino di lungo periodo sia per la nazione asiatica che per l’economia globale. Ancora più temiible del calo delle riserve valutarie è quello della produzione di energia elettrica: il calo del 9% in Novembre non è compatibile con una semplice decelerazione fisiologica della crescita, ma indicherebbe un vero e proprio crollo della produzione industriale ed il passaggio a tassi di crescita decisamente inferiori a quelli degli ultimi anni.
Buona parte della crescita cinese è reale, ma una frazione rilevante è sicuramente frutto della bolla speculativa derivante dalla politica monetaria americana e dal “dumping valutario” cinese implicito nello schema di “finanziamento alla vendita” macroeconomico sostenuto da una decina d’anni.

Al fine di mantenere stabile la crescita occupazionale ed evitare quindi tensioni sociali, il regime cinese ha avuto la necessità di gonfiare l’industria manifatturiera tramite le esportazioni. Uno dei metodi impiegati è stato il diktat alla banca centrale cinese per mantenere lo yuan ad un tasso di cambio sottovalutato rispetto al dollaro, causando una crescita esponenziale delle riserve valutarie cinesi.
La modalità d’impiego di tali riserve è stata funzionale all’obiettivo di mantenere elevate i volumi delle esportazioni: la disponibilità cinese a finanziare il debito statunitense ha agito come uno schema di credito al consumo a livello nazionale, spingendo i tassi d’interesse negli USA al di sotto del livello di equilibrio, stimolando così la domanda di merci – normalmente cinesi.
Questo fattore è evaporato negli ultimi mesi, togliendo di fatto il terreno sotto ai piedi di una parte dell’industria manifatturiera cinese. Chi di dumping ferisce, di dumping rischia, se non di perire, almeno di soffrire.

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