Stati Uniti – La maggior contrazione del Pil da 26 anni

L’economia statunitense si è ristretta nel quarto trimestre 2008 per effetto del peggior calo dal Dopoguerra della spesa dei consumatori, una tendenza destinata a proseguire nei prossimi mesi. La contrazione annualizzata del 3,8 per cento negli ultimi tre mesi dell’anno scorso è stata inferiore alle attese solo grazie ad un accumulo involontario di scorte, non esattamente una buona notizia. Senza il balzo delle giacenze di magazzino il calo sarebbe stato del 5,1 per cento. Un report separato pubblicato oggi ha mostrato che i costi del lavoro sono cresciuti nel quarto trimestre al passo più lento da almeno un decennio, dopo che le imprese hanno limitato la crescita retributiva ed i benefit. Le stime di consenso ipotizzavano una contrazione dell’economia statunitense del 5,5 per cento annualizzato.

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Giappone – La peggior crisi dal Dopoguerra

Il Giappone si sta decisamente dirigendo verso la sua peggior recessione dal Dopoguerra, dopo la pubblicazione del dato di produzione industriale di dicembre, che ha mostrato un calo mensile del 9,6 per cento, la crescita della disoccupazione e l’ennesimo taglio alla spesa da parte dei consumatori. Il calo nella produzione industriale ha oscurato il precedente record di meno 8,5 per cento, fatto segnare il mese precedente, mentre la disoccupazione balza dal 3,9 al 4,4 per cento, il peggioramento più marcato degli ultimi 41 anni.

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E’ tempo di corporate?

Dopo un 2008 da dimenticare, il 2009 è partito con il botto per il mondo del credito; il comparto delle obbligazioni ad alto rendimento ha guadagnato in appena due settimane circa il 7% risultando tra le migliori asset class in assoluto in questo inizio anno. Importanti flussi di acquisti sono tornati dopo moltissimi mesi sul mercato delle obbligazioni societarie: il motivo di tanta euforia balza subito all’occhio quando si guarda ai livelli di spread astronomici  e ai prezzi stracciati dove moltissimi di questi titoli sono stati spinti dal violentissimo credit crunch che ha investito il mondo finanziario negli ultimi mesi.

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Regno Unito verso la nazionalizzazione del sistema finanziario

Il governo del primo ministro Gordon Brown ha ulteriormente stretto la propria presa sul sistema finanziario britannico, garantendo gli attivi tossici e conferendo alla Bank of England il potere senza precedenti di acquistare titoli a fermo. Il piano aumenterà il costo del salvataggio del sistema bancario britannico di almeno 100 miliardi di sterline. Il governo ha deciso di aumentare la propria partecipazione in Royal Bank of Scotland dal 50 a circa il 70 per cento, attraverso la conversione delle azioni privilegiate sottoscritte in ottobre, ed ha comunicato di voler utilizzare Northern Rock per spingere il credito ipotecario. Il governo richiederà ai destinatari degli aiuti di sottoscrivere “specifici e quantificati” accordi a prestare (in pratica, un target numerico di aumento del credito), come ribadito anche dal Cancelliere dello Scacchiere, Alistair Darling, nel tentativo di contrastare la gelata del mercato creditizio. L’economia britannica è attesa contrarsi del 2,7 per cento quest’anno, secondo le ultime stime di consenso, il peggior risultato dal 1946, ed i prezzi delle abitazioni dovrebbero calare del 22 per cento nei prossimi 18 mesi.

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Italia? Islanda? No, Irlanda

Di recente un nuovo acronimo si è fatto strada nel mondo dei mercati del reddito fisso : PIGS, ossia “Maiali” in inglese. E’ la sigla che racchiudeva, sino ad oggi, Portogallo, Italia, Grecia e Spagna, le tre nazioni europee considerate a maggior rischi di declassamento del debito.
Il tanto vituperato Belpaese ha invece visto il proprio rating affermato da S&P, al contrario degli altri membri dell’infelice club, colpiti ancora più duramente di noi dallo scoppio delle bolle che ne avevano gonfiato la crescita negli ultimi anni.
Urge, quindi, una nuova lettera “I”. La Repubblica d’Irlanda ne ha fornito l’occasione con il salvataggio di Anglo Irish, che ha esposto l’estensione della crisi che attanaglia la piccola nazione celtica. Una crisi talmente grave da evocare lo spettro di un’altra I: l’Islanda, collassata sotto il peso di un settore finanziario drogato all’estremo da garanzie statali implicite quanto insostenibili.

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E se guarderai a lungo nell’abisso, anche l’abisso vorrà guardare in te

Citigroup ha chiuso la giornata di ieri con una capitalizzazione di 21 miliardi di dollari, a fronte di un bilancio misurabile in 2500 miliardi. In altri termini, Citigroup è fallita, dopo settimane trascorse tra futili tentativi di rianimazione con fondi pubblici ed il patologico denial di Vikram Pandit a realizzare che il behemot finanziario globale forgiato da Sandy Weill e Chuck Prince era spacciato.  Non ci sarà tempo per procedere al piano di breakup. Durante il weekend arriverà la nazionalizzazione? In quel caso tutti gli azionisti, ordinari e privilegiati, dovranno essere spazzati via.

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