Italia? Islanda? No, Irlanda

Di recente un nuovo acronimo si è fatto strada nel mondo dei mercati del reddito fisso : PIGS, ossia “Maiali” in inglese. E’ la sigla che racchiudeva, sino ad oggi, Portogallo, Italia, Grecia e Spagna, le tre nazioni europee considerate a maggior rischi di declassamento del debito.
Il tanto vituperato Belpaese ha invece visto il proprio rating affermato da S&P, al contrario degli altri membri dell’infelice club, colpiti ancora più duramente di noi dallo scoppio delle bolle che ne avevano gonfiato la crescita negli ultimi anni.
Urge, quindi, una nuova lettera “I”. La Repubblica d’Irlanda ne ha fornito l’occasione con il salvataggio di Anglo Irish, che ha esposto l’estensione della crisi che attanaglia la piccola nazione celtica. Una crisi talmente grave da evocare lo spettro di un’altra I: l’Islanda, collassata sotto il peso di un settore finanziario drogato all’estremo da garanzie statali implicite quanto insostenibili.

Il governo irlandese ha garantito il debito bancario delle istituzioni irlandesi, sino ad un massimo combinato di 100 miliardi di euro ed aveva già iniettato capitale in Anglo Irish, fra le altre, il 22 dicembre. Purtroppo per l’Irlanda, non è stato sufficiente e il governo è stato costretto al salvataggio. Dico costretto, perché un mancato salvataggio avrebbe fatto scattare la garanzia da 100 miliardi, una somma che il governo irlandese non ha. Non ha , pare , neppure i soldi per il prossimo ipotetico salvataggio, tant’è vero che starebbe pensando ad un ricorso al FMI.

Oltre alle normali considerazioni, ne urge una riguardante, di nuovo, le agenzie di rating. L’Irlanda ha un rating tripla A, il massimo ottenibile. COme lo aveva l’Islanda, sino a poco prima del tracollo. COme è possibile? A quando una revisione dei modi per concedere tali rating, che sono una delle maggiori cause della débacle islandese?
Basterebbe, per cominciare, applicare i criteri impiegati dalle stese agenzie, quando valutano il merito di credito di una azienda. Uno di tali criteri è quello dimensionale: a parità di indicatori, le dimensioni assolute dei flussi di cassa contano: chi vale miliardi non è soltanto “troppo grande per fallire”, ma ha anche, normalmente, una volatilità minore nelle proprie entrate, perché è spesso maggiormente diversificato.
Lo stesso dovrebbe valere per un governo, evitando che nazioni delle dimensioni di una provincia italiana vengano valutate dagli investitori allo stesso livello di emittenti ben più stabili, se non per le dimensioni del proprio stesso mercato.

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