Uno sguardo al futuro del bailout: il caso di Shinsei Bank

Nel dibattito sui piani di salvataggio e di stimolo all’economia, la parte del leone è normalmente riservata ai casi di successo, o addirittura ad un singolo caso, quello della Svezia nei primi anni 1990.
Eppure, la crisi svedese non costituisce un paragone calzante con quella attuale; meglio sarebbe osservare altre nazioni, come ad esempio il Giappone.   E quello che osserivamo non è per nulla tranquillizzante.

Le caratteristiche della crisi di Tokio a partire dal 1990 sono molto differenti dalla situazione che viviamo oggi, ma alcune caratteristiche sono più vicine di quella svedese, inclusi alcuni dei provvedimenti presi per risolverla: un piano di investimenti pubblici faraonico, ogni sorta di misure per aiutare il settore bancario a sopportare la crisi nata dalla bolla immobiliare, l’obbligo per il settore bancario ad aumentare i suoi prestiti alle imprese in cambio del salvataggio dalla bancarotta, una banca centrale disposta a portare i tassi di interesse a zero e a finanziare l’acquisto a debito di qualsiasi attività finanziaria, sino all’estremo di acquistare direttamente azioni sul mercato pur di sostenere i corsi.
Nulla è servito a ridurre l’entità apocalittica della crisi, che ha devastato il bilancio pubblico e lasciato il settore privato ancora debole e perseguitato da perdite nascoste che nessuno ha avuto il coraggio di ammettere.

Dopo quasi vent’anni di tentativi falliti, ci si dovrebbe chiedere se la liquidazione, seppure dolorosa, e la conseguente ristrutturazione forzata delle banche e delle aziende insolventi non sarebbe stato meglio della legione di zombie che affligge il Giappone, risucchiando risorse prelevate dalle tasche dei contribuenti e fornendo una concorrenza sussidiata e sleale alle aziende sane, limitandone le possibilità di crescita e di creazione di posti di lavoro.

Ad esempio, Il Wall Street Journal ci ricorda il caso di Shinsei Bank, nazionalizzata nel 2000. Il governo ha seguito il corso considerato più razionale: nazionalizzazione, ristrutturazione, iniezione di capitali ulteriori, ritiro di un grosso portafoglio di mutui ed altre attività di dubbia esigibilità ad un prezzo superiore al mercato e, successivamente, la rivendita della maggioranza ad un consorzio di investitori esteri. Eppure la banca è ancora sull’orlo della crisi, nonostante la profonda ristrutturazione operata dai fondi che ne sono proprietari.
E’ vero che il Governo è riuscito a recuperare almeno una parte del suo investimento ed i prestiti di emergenza alle altre maxibanche giapponesi, ma è avvenuto a prezzo di un consolidamento che ha creato un oligopolio di fatto (di cui la stessa Shinsei, di dimensioni medie, soffre) , dove le tre banche maggiori sono ormai troppo grandi per non essere salvate dal governo in caso di crisi (un altro parallelo con gli USA).

Adesso il Giappone si trova con tassi a zero, una recessione, una deflazione ed un bilancio pubblico devastato dal debito incorso per finanziare salvataggi ed in vestimenti, andati in gran parte sprecati. Non erano meglio qualche amministrazione controllata qualche fallimento ed una serie di ristrutturazioni?
Soprattutto, chi ci garantisce che non arriveremo anche noi allo stesso punto, magari con la maledizione di una inflazione galoppante?

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