Quando si parla di commodities, la Cina è vicina

Le aziende di Stato cinesi sembrano disinteressate al calo mondiale della domanda di metalli e stanno approfittando del crollo delle quotazioni dei propri fornitori per acquistarne quote strategiche. Lungimiranza o pessimo tempismo?

E’ di oggi la notizia che la cinese Minmetals ha presentato un’offerta per acquistare la totalità di Oz Minerals, il secondo produttore mondiale di zinco nel mondo. L’azienda di Melbourne è la più piccola dei tre grandi conglomerati minerari australiani e la più debole finanziariamente, a causa di una politica di espansione aggressiva in sfida ai due colossi globali BHP Billiton e Rio Tinto: la bolla degli anni scorsi le ha permesso di investire pesantemente finanziandosi tramite debito a costi contenuti, ma la crisi del credito ha gettato in crisi questa strategia e la società aveva ammesso nelle scorse settimane di avere seri problemi di rifinanziamento che ne ponevano a rischio la stessa sopravvivenza. Il consiglio di amministrazione di Oz Minerals ha appoggiato all’unanimità l’offerta di Minmetals, anche se soprattutto a causa della “assenza di un’offerta alternativa”.

Quella su Oz Minerals è la seconda grande operazione cinese nel comparto minerario australiano:  la scorsa settimana Chinalco, azienda statale attiva nel settore dell’alluminio, ha iniettato 19.5 miliardi di dollari in Rio Tinto, in cambio di bond convertibili in grado di portarla sino al 18% del capitale e di una quota diretta del 50% in alcune delle maggiori miniere di bauxite di proprietà del colosso minerario, che sta cercando di ridurre il peso dei propri 39 miliardi di dollari di passività.

Il deal è però incerto, a causa delle obiezioni dei grandi azionisti  di Rio Tinto che lo ritengono eccessivamente oneroso e più favorevole alle strategie del management che agli interessi degli azionisti.

La strategia delle aziende di Stato cinesi sembra relativamente semplice: la fenomenale crescita dei consumi di materie prime in Cina ha giocato una parte importantissima nel boom delle commodities degli ultimi anni, un boom che tuttavia ha beneficiato soprattutto le aziende dei paesi produttori mentre ha creato notevoli problemi ai monopolisti statali delle forniture all’industria cinese, costringendoli a pagare prezzi elevati per minerali le cui fonti di approvvigionamento vengono viste dal governo di Pechino come “poco sicure”, perché da reperire sul mercato aperto.

La crisi del credito e la recessione che hanno portato ad un crollo dei prezzi dei minerali sono viste dalle entità statali cinesi come una occasione per assicurarsi il controllo di risorse strategiche in modo da evitare il rischio  di nuovi colli di bottiglia alla produzione e di coprirsi dai rischi del futuro aumento dei prezzi. Il credito, per le aziende favorite dal governo, non è al momento un problema: le banche cinesi sono tutte di Stato e non vengono certificate secondo alcuno standard internazionale; nonostante siano generalmente fallite dal punto di vista tecnico, vengono tenute in vita dalla garanzia del supporto governativo  e basta di fatto una telefonata dal Ministero delle Finanze perché i campioni nazionali ottengano immediatamente  linee di credito .

Il meccanismo di finanziamento sembra analogo a quanto accadeva in Europa prima degli anni ’70 e a quanto potrebbe accadere negli USA a brevissimo e desta più di una preoccupazione, visti i risultati nel Vecchio Continente: l’Italia, ad esempio, massimo esponente dell’economia mista, fu costretta a ricorrere al Fondo Monetario Internazionale.

Un’altra preoccupazione, anche nel caso i cinesi avessero fatto centro, è la reazione australiana: non è certo che le autorità di Oz, una volta passata la crisi e ripartito il mercato toro delle commodities,  accetterebbero di vedere un’azienda cinese imporre prezzi al di sotto del mercato per i propri approvvigionamenti.

Infine, il tempismo dell’investimento è altrettanto discutibile: la scommessa è azzardata e potrebbe essere molto profittevole per i cinesi, ma il rischio è enorme per due motivi:  nel caso la recessione fosse più lunga del previsto,  le perdite sarebbero ingenti, facendo vivere alla Cina una replica della débacle giapponese degli anni ’80 e ’90, quando le imprese nipponiche investirono cifre enormi negli USA, acquisendo icone americane quali il Rockefeller Center e gli studi cinematografici Columbia subito dopo un calo dei prezzi,  salvo poi disfarsene dopo aver subìto ingenti perdite per anni. Comprare a prezzi stracciati è una proposta invitante ma non se i prezzi continuano a scendere ancora in maniera rovinosa – e l’industria mineraria ha l’abitudine estremamente sgradevole di superare ogni previsione in termini di volatilità.

Per concludere,  la mossa cinese è sicuramente audace e risolve i problemi di breve periodo per Rio Tinto e Oz.  Resta da vedere quanto sarà utile, per la Cina e per l’Australia, nel lungo periodo, visti i rischi che venga conclusa a livelli politici e non di mercato.

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