Uno scenario per il dollaro

Secondo gli economisti di Credit Suisse, la Fed opererà per arrestare l’ascesa dei rendimenti sui Treasury. Con 2000 miliardi di dollari di emissioni di titoli pubblici previste per quest’anno e solo 300 miliardi di acquisti a fermo da parte della Fed (di cui ad oggi ne sono stati eseguiti il 37 per cento), ci sono timori per il finanziamento del debito federale. Tuttavia, il programma di acquisti della Fed potrà (e dovrà) essere aumentato per frenare l’ascesa dei rendimenti. La Fed, dovendo scegliere, preferirà rischiare una crisi del dollaro piuttosto che avere una crisi di finanziamento del bilancio. Questo scenario è sostenuto, sempre secondo il Credit Suisse, dal fatto che le passività estere nette degli Stati Uniti sono solo il 18 per cento del Pil, e storicamente (secondo dati della Bank of England) un paese diventa a rischio di default quando tale valore supera il 60 per cento del Pil. Inoltre, e più importante, quasi il 90 per cento delle passività estere degli Stati Uniti sono denominate in dollari. Perciò, un dollaro più debole avrebbe un impatto minimale sulle passività estere nette americane. I timori di pressioni inflazionistiche, inoltre, appaiono al momento esagerati: con un output gap stimato all’8 per cento ed una crescita prevista nell’intorno dell’1,5-2 per cento per il 2010, è improbabile che l’inflazione possa rappresentare un problema almeno fino al 2014.

Date queste premesse, quindi, il dollaro sembra avere una sola direzione. Resta da vedere che produrrebbe, in termini di rischi protezionistici, uno scenario del genere. Oltre alle reazioni della Cina, che vedrebbe vandalizzato il proprio tesoro di riserve valutarie.

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