CIT, troppo piccola per non fallire?

CIT, il gruppo statunitense di servizi finanziari fondato 101 anni fa e specializzato nei finanziamenti a piccole e medie imprese, ha raggiunto nella giornata di lunedì 20 luglio un accordo da tre miliardi di dollari con i suoi obbligazionisti per evitare il fallimento. Tuttavia, tale erogazione finanziaria potrebbe non esser sufficiente a proteggere la società dalla scadenza di 10 miliardi di dollari in obbligazioni, che avverrà entro il prossimo anno, dalle crescenti insolvenze sul portafoglio crediti e dalla riduzione della quota di mercato.

La compagnia ha comunicato che il finanziamento da 3 miliardi di dollari è il primo passo di un più ampio e complesso processo di ristrutturazione, e chiederà ai propri obbligazionisti di accettare una decurtazione del valore dei propri crediti. In caso di mancata adesione a tale proposta, la compagnia potrebbe adire alle procedure di amministrazione straordinaria previste per i casi di insolvenza. CIT è giunta sull’orlo del collasso da oltre 3 miliardi di dollari di perdite negli ultimi otto trimestri su mutui ipotecari, crediti a studenti e insolvenze commerciali, e non essendo riuscita ad ottenere un secondo salvataggio governativo dopo aver ricevuto, lo scorso dicembre, fondi pubblici per 2,33 miliardi di dollari. In seguito, la Federal Deposit Insurance Corporation ha negato alla società la garanzia pubblica sulle emissioni di obbligazioni, di fatto inaridendo il fondamentale canale di finanziamento di un prestatore come CIT, che è privo di una base di depositi rilevante e deve quindi ricorrere all’emissione di obbligazioni.

Nel secondo trimestre CIT ha sofferto perdite per 1,5 miliardi di dollari, secondo quanto comunicato martedì 21 luglio, derivante da cancellazione di avviamenti, maggiori accantonamenti a fondi perdite su crediti e cessione in perdita di crediti verso clienti, effettuata per fronteggiare crescenti e pressanti fabbisogni di liquidità.

La liquidità esistente di CIT non è sufficiente per rimborsare il miliardo di dollari di titoli a tasso variabile in scadenza il prossimo 17 agosto: da qui la richiesta agli obbligazionisti di scambiare titoli ottenendo 82,5 centesimi per ogni dollaro di valore nominale delle vecchie obbligazioni entro il prossimo 1 ottobre. Nel secondo trimestre di quest’anno il livello di liquidità della compagnia è sceso sotto il minimo di funzionamento, ed anche in caso di positiva accoglienza della proposta di scambio e decurtazione del valore nominale delle obbligazioni, CIT necessiterà di un significativo finanziamento aggiuntivo per poter continuare ad operare.

In attesa di conoscere l’esito di questa proposta, la compagnia ha ottenuto da alcuni obbligazionisti un finanziamento-ponte per 3 miliardi di dollari, che paga 10 punti percentuali sopra il Libor, quest’ultimo con un livello minimo (floor) pari al 3 per cento, e pagamento di una commitment fee al consorsio di prestatori pari al 5 per cento. Il che significa che, malgrado oggi il tasso interbancario sul dollaro sia pari a circa mezzo punto percentuale, il costo effettivo del finanziamento non sarà inferiore al 18 per cento. Gli obbligazionisti che forniranno il finanziamento includono l’hedge fund di Boston Baupost Group, Capital Research & Management Co., Centerbridge Partners LP, Oaktree Capital Management LLC, Pacific Investment Management Co. e Silver Point Capital LP.

L’azione ha iniziato un movimento ribassista con forte volatilità e quota oggi intorno a 1 dollaro, a fronte degli oltre 61 dollari ad azione con cui è stato effettuato l’ultimo aumento di capitale, nel febbraio 2007. L’obbligazione a tasso variabile in scadenza il 17 agosto quota intorno a 85 centesimi per dollaro di valore nominale.

La forte carenza di liquidità ha forzato CIT a tagliare le erogazioni di credito. Nel trimestre terminato il 30 giugno, i prestiti di CIT a piccole imprese sono crollati dell’88 per cento, a 65,7 milioni di dollari, e la società è scesa al quindicesimo posto nella classifica dei prestatori alle PMI, dal primo posto dell’anno precedente. CIT finanzia circa un milione di PMI statunitensi.

A conferma dell’aggravarsi della crisi economica, CIT ha sperimentato dalla fine di giugno un significativo “tiraggio” di linee di credito accordate ai clienti, che hanno evidentemente visto un aggravamento delle loro condizioni di liquidità operativa. Ciò ha “significativamente degradato” la posizione di liquidità di CIT. Questa situazione, combinata con l’incapacità ad accedere ai mercati del credito, ha portato la compagnia alle soglie del collasso. Un fallimento di CIT metterebbe 760 clienti manifatturieri a rischio di fallimento e precipiterebbe una crisi per circa 300.000 dettaglianti.

CIT non è stata inclusa negli stress test del Tesoro statunitense perché la somma degli attivi aziendali, pari a circa 80 miliardi di dollari, era inferiore alla soglia minima di attivo delle banche sottoposte ai test, fissata in 100 miliardi di dollari.

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