Welcome to Japan

Il tasso d’interesse interbancario in dollari americani è più basso di quello per lo yen giapponese per la prima volta in sedici anni. E’ un segno di ripresa dei mercati o un segnale d’allarme per un futuro di stagnazione decennale “alla giapponese”?


Il tasso LIBOR è una delle variabili fondamentali per misurare le condizioni dei mercati monetari e la salute del sistema dei pagamenti internazionali. E’ conosciuto soprattutto per il ruolo che riveste sul mercato dei mutui, e dei prestiti ad aziende e privati, perché è il principale parametro di riferimento per i prestiti a tasso variabile, ma la sua importanza  va al di là di questa funzione. Tecnicamente, il LIBOR è la rilevazione giornaliera  del tasso d’interesse medio a cui le maggiori banche si prestano denaro fra loro per un determinato periodo di tempo; il tasso più osservato è quello per i prestiti a a tre mesi. Il LIBOR a tre mesi in dollari ha toccato giovedì il livello di 0.37188%; per indebitarsi in yen, una banca dovrebbe pagare il 0.38813% . Si tratta della prima volta dal Maggio 1993 in cui il LIBOR in dollari è inferiore a quello in yen.

L’interpretazione di una parte degli analisti e della stampa è stata almeno inizialmente  positiva: la discesa dei tassi LIBOR segnalerebbe la fine dell’emergenza nel mercato monetario ed una normalizzazione dei flussi di liquidità. La crisi nel mercato interbancario ha innescato il calo del commercio mondiale e con esso l’inizio della recessione nei settori economici al di fuori di quello finanziario. Il  ritorno ad un normale funzionamento del mercato monetario rafforzerebbe le tendenze alla stabilizzazione del quadro economico che cominciano ad emergere anche negli USA. D’altro canto, esistono fondati motivi per essere cauti. Il calo dei tassi può indicare anche una scarsa domanda di credito (un aspetto della cosiddetta trappola della liquidità): aziende, consumatori ed investitori non hanno sufficiente fiducia nelle prospettive economiche per ricominciare ad investire prendendo denaro a prestito. Ad esempio nell’Eurozona, che ha sperimentato un’analoga caduta dei tassi interbancari, la domanda di credito pare tuttora anemica.

La strada di fronte agli USA non è ancora sgombra dal rischio di una deriva giapponese. Per sedici anni, le autorità monetarie giapponesi hanno mantenuto i tassi d’interesse vicini allo zero, cercando di stimolare un’economia messa in ginocchio da una bolla immobiliare generata dall’assenza di flessibilità del mercato interno e da una precedente, eccessiva iniezione di liquidità diretta a mantenere competitivo il cambio. I risultati non sono certo incoraggianti: l’economia giapponese, pur essendo all’avanguardia in alcuni settori industriali, è rimasta stagnante per un decennio e mezzo. Agli stimoli monetari si sono affiancati quindici anni di pacchetti di stimoli fiscali senza alcun effetto, se non l’esplosione del debito pubblico. Le riforme necessarie a liberare il campo e ripartire sono state promesse, ma raramente portate avanti, in una parodia di altri membri del G7. La tentazione di rimandare riforme e rigore a tempi migliori ha portato alla prevalenza di aziende e banche “zombie”: troppo deboli per prestare denaro od investire, troppo grandi per essere risanate, troppo protette perché i concorrenti più efficienti possano scalzarle, anche tali concorrenti vengono svantaggiati dalla protezione e privati di risorse per competere, tramite la tassazione ed i prestiti di favore proprio alle aziende in difficoltà. Il risultato è una nazione di fatto paralizzata, dove le banche non sono in grado di prestare o non trovano aziende desiderose di investire.

Negli USA, lo stimolo monetario ha già superato l’esempio nipponico. Per quanto riguarda l’aspetto fiscale, le previsioni per il deficit pubblico statale sono preoccupanti e previsioni indipendenti arrivano ad ipotizzare un totale di 14 triliardi di dollari (pari a circa il 100% del PIL)  in 10 anni e un’analisi delle componenti del PIL evidenzia il rischio di una ricaduta nella recessione, quando (non se) lo stimolo governativo verrà a cessare. Nel frattempo, le riforme varate dall’amministrazione Obama  sembrano andare nella direzione di un aumento della regolamentazione di incerta utilità, di una maggiore ireggimentazione dell’economia, di una ulteriore cessione di potere a elementi che mirano a conservare l’esistente più che ad aprire la strada al cambiamento, di un trattamento a volte punitivo ed arbitrario degli investitori. La scelta fra le due interpretazioni del movimento dei tassi, a questo punto, diventa molto meno semplice e molto più rilevante di una mera curiosità statistica.

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