Banche, grandi manovre di affrancamento

Unicredito e Banca Intesa si preparano a dimostrare di poter fare a meno del soffocante abbraccio governativo. Il governo dovrebbe cercare di poter fare a meno della relazione di codipendenza con le banche.

Il 29 Settembre si svolgeranno i CdA di Unicredito ed IntesaSanpaolo. In quella sede, la dirigenza di entrambe le banche avrebbe intenzione di presentare misure straordinarie  per raccogliere capitale, evitando il ricorso ai Tremonti bond. Come  già riportato, Intesa punterebbe ad emettere uno strumento ibrido, una sorta di  Tremonti Bond collocato presso investitori istituzionali. Unicredit starebbe pianificando un aumento di capitale vero e proprio, ma sinora il principale scoglio era  la resistenza delle fondazioni bancarie che, congiuntamente, controllano la banca.  Queste, per legge, dovrebbero ridurre gradualmente la propria quota, in modo da potersi concentrare sulla propria missione di supporto del territorio e delle opere a valenza sociale.  In pratica, il processo è sempre stato molto lento e le partecipazioni bancarie sono state un’utile fonte di cassa e di potere politico.  Durante la crisi,  Profumo ha però azzerato i dividendi pagati da Unicredit, esacerbando i malumori fra  i propri azionisti-rentiers ed un aumento di capitale, privo del supporto degli azionisti  più rilevanti, verrebbe accolto con notevole scetticismo. Uno spiraglio si sarebbe aperto  ieri: alcune fondazioni sarebbero disposte a partecipare, se il dividendo venisse ristabilito.  Adesso che la liquidità regalata dalle banche centrali permette profitti facili,  almeno sulla carta, la proposta potrebbe  essere accettata senza creare preoccupazioni sul mercato riguardo alla stabilità finanziaria della banca.

Mentre le sconquassate Banca Popolare di Milano e Banco Popolare, con l’aggiunta quasi certa di Monte dei Paschi Credito Valtelllinese,  non hanno avuto altra scelta che piegare il capo ed accettare l’aiuto di Tremonti, le due banche maggiori potrebbero evitarlo. L’antistatalismo c’entra poco: il settore bancario ha sempre goduto e tuttora gode  di ampi privilegi, in cambio della sottomissione ai voleri della banca centrale e di alcuni segmenti della classe politica, ma non ha mai dovuto rinunciare ad ogni margine di manovra e sottomettersi ad impegni espliciti, quali quelli richiesti dal ministro valtellinese; la distanza ideologica fra questo governo e la dirigenza di Intesa e Unicredit, inoltre,  non aiuta di certo.

Se Tremonti volesse davvero riformare il settore o rompere le reni alla casta bancaria, abbonderebbero strumenti meno rozzi e per una volta estranei all’arsenale socialista . Per un governo sedicente liberale,   esistono  rimedi molto migliori di  una battaglia dirigista per imporre dall’alto diktat politici e populisti, addolciti dalla carota avvelenata del denaro pubblico. Meglio, molto meglio indagare le cause dell’elevato costo dei servizi bancari in Italia e proporre semplici cure liberali. Invece di lamentarsi  per le dimensioni delel banche in Italia, meglio sarebbe rimuovere gli ostacoli all’aumento della competizione bancaria, unico modo per ridurre i prezzi praticati alla clientela;  aiuterebbe molto  eliminare i sussidi e le garanzie che ancora fanno pretendere che nessuna banca, soprattutto le grandi, fallirà mai. E’ ora di rinunciare al patto scellerato per cui un cartello bancario è autorizzato a rapinare una clientela che, dal canto suo,  non si prende neppure la briga di  confrontare prezzi e condizioni, perché , tanto , “le banche non saltano”.  Se questo governo si ricordasse di essere di centrodestra  e non una riedizione del peggior socialcomunismo  all’amatriciana  o una replica economica del corporativismo da Ventennio, potrebbe farci un pensierino.

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