La settimana, 27/11/2009

In una settimana caratterizzata da rarefazione dell’attività, a causa del Thanksgiving negli Stati Uniti, i mercati sono stati scossi, nella giornata di giovedì, dalla possibilità di un default dell’emirato del Dubai, dopo che un’agenzia governativa ha chiesto ai propri creditori un rinvio di sei mesi dei termini di rimborso di un’obbligazione. La turbolenza ha provocato una fuga verso attivi meno rischiosi, causando tra le altre cose il ripiegamento delle quotazioni dell’oro, la rivalutazione dei titoli obbligazionari governativi e l’apprezzamento del dollaro e dello yen.

Particolarmente colpito il settore creditizio, su timori per la potenziale esposizione a Dubai, ma questo evento si inserisce in un quadro di rinnovati timori sulla solidità delle banche. Standard&Poor’s ha pubblicato il confronto tra le dimensioni di capitale aggiustato per il rischio delle principali banche mondiali, da cui emerge che il livello di patrimonializzazione resta una debolezza per il rating delle banche globali. Il rischio è quello di dover procedere a nuovi aumenti di capitale, che deprimerebbero le quotazioni azionarie.

Problema analogo, pur partendo da premesse differenti, si registra in Cina, dove i prezzi sono stati depressi dalla notizia che le cinque maggiori istituzioni creditizie nazionali dovranno presentare alle autorità di vigilanza dettagliati piani di ricapitalizzazione, dopo che la forte espansione dei prestiti per alimentare lo stimolo ha causato il depauperamento della base di capitale, attuale e futura, in quest’ultimo caso per l’aumento dei crediti inesigibili causato da criteri di prestito non particolarmente selettivi.

Secondo il direttore generale del Fondo Monetario Internazionale, Dominique Strauss-Kahn, circa metà delle perdite bancarie causate dalla crisi finanziaria globale devono ancora essere rivelate, ed i sistemi creditizi restano sottocapitalizzati in molte economie avanzate. In Germania la Bundesbank, nel suo rapporto sulla stabilità finanziaria, ha segnalato che le banche tedesche rischiano altre svalutazioni per 90 miliardi di euro, a causa delle perdite su prestiti e cartolarizzazioni. Le svalutazioni legate ai prestiti potrebbero raggiungere i 50-75 miliardi di euro, cui si potrebbero aggiungere altri 10-15 miliardi di perdite legate alle cartolarizzazioni, soprattutto ai Cdo (collateralized debt obligations).

Negli Stati Uniti, prosegue il dibattito sulla exit strategy. Per l’analista indipendente Meredith Whitney, la fine del programma della Federal Reserve di riacquisto di titoli mortgage backed securities, prevista per il prossimo 31 marzo, causerà un rimbalzo dei tassi che finirà per colpire pesantemente il settore dei mutui. Immediata la replica del presidente della Fed di Saint Louis, James Bullard, che ha richiesto un prolungamento del programma di riacquisto oltre la scadenza del 31 marzo, condizionato alla disponibilità di informazioni sulla effettiva uscita dalla crisi.
Questa dialettica ha avuto immediato impatto sul dollaro, che si è indebolito a seguito dei commenti di Bullard, per poi rafforzarsi lievemente al momento della pubblicazione delle minute della Fed relative al FOMC del 3 e 4 novembre, nelle quali il comitato segnala la necessità di stretto monitoraggio ove la tendenza al deprezzamento del dollaro dovesse intensificarsi o porre significative pressioni al rialzo sull’inflazione.

Alcuni osservatori hanno inizialmente interpretato questo come un tentativo di alleviare i timori cinesi sul futuro del dollaro, e quindi impedirne l’ulteriore deprezzamento. Analisi successivamente sconfessata dal fatto che la Fed ha in realtà espresso accettazione verso un “ordinato” deprezzamento del dollaro, visto anche come effetto dell’accresciuto appetito per il rischio. Le turbolenze valutarie sono accresciute dal fatto che numerosi paesi emergenti hanno visto la propria divisa apprezzarsi significativamente contro dollaro negli ultimi mesi, e stanno prendendo contromisure per sostenere il proprio export. E proprio con queste motivazioni, in settimana, la Russia ha tagliato di mezzo punto il proprio tasso d’interesse di riferimento, portandolo al 9 per cento.

Tra gli altri eventi di rilievo della settimana, si segnala il forte allargamento dei credit default swap sulla Grecia. Moody’s, che ha in corso una revisione del paese per un possibile declassamento del debito, ha sollevato timori circa la capacità del paese di generare nei prossimi dieci anni una crescita sufficiente a stabilizzare il livello di debito sul Pil, oggi al 120,8 per cento: per il prossimo anno, infatti, il Pil greco dovrebbe continuare a flettere, nella misura dello 0,3 per cento. A peggiorare un quadro già così delicato, si aggiunge la fragile condizione delle banche greche nell’eurosistema. La banca centrale greca ha chiesto agli istituti creditizi domestici di individuare fonti di finanziamento alternativo, per essere pronte quando la Banca centrale europea inizierà a drenare la liquidità fornita al sistema. Quando la Bce ritirerà lo stimolo (mossa che al momento non appare imminente, ma i mercati tendono a scontare gli scenari futuri), le banche greche saranno costrette a cercare finanziamenti a prezzi di mercato, evidentemente ben più onerosi. Da qui al contagio del rischio di credito sovrano il passo è assai breve.

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