La settimana, 2/2010

Settimana densa di importanti dati provenienti dalla Cina. Nel mese di dicembre, l’export cinese ha evidenziato un incremento del 17,7 per cento sullo stesso mese dell’anno precedente, il primo da 14 mesi, mentre l’import è balzato di ben il 55,9 per cento. Anche se i dati sono condizionati dall’effetto-confronto con la fine del 2008, quando la crisi finanziaria era al culmine, si tratta di un segno evidente della ripresa della forza dell’economia cinese, che sta stimolando la domanda interna anche grazie alla forte espansione fiscale e monetaria. Riguardo quest’ultima, la banca centrale cinese ha alzato martedì scorso il tasso d’interesse di aggiudicazione del titolo di stato a un anno, oltre al coefficiente di riserva obbligatoria, cioè la quota di espansione dei depositi che le banche devono accantonare.

Nel mese di dicembre, le riserve valutarie cinesi sono cresciute del 23 per cento tendenziale, a 2400 miliardi di dollari. Sempre a dicembre, l’investimento diretto estero in Cina è più che raddoppiato sull’anno precedente, portandosi a 12,1 miliardi di dollari. Le vendite al dettaglio cinesi sono cresciute nell’anno al passo più rapido da oltre due decenni, in termini nominali, mentre in termini reali (cioè al netto dell’inflazione) hanno registrato la maggior progressione dal 1986, secondo fonti governative che tuttavia non hanno rivelato il tasso di crescita. I consumi delle aree rurali hanno superato per la prima volta quelli delle aree urbane.

Negli Stati Uniti, il dato di produzione industriale di dicembre è cresciuto per il sesto mese consecutivo, con aumento anche del tasso di utilizzo della capacità produttiva, mentre l’indice complessivo dei prezzi al consumo è aumentato di solo lo 0,1 per cento, meno delle attese. Sembra quindi confermarsi che la ripresa non sta ancora esercitando pressioni sui prezzi, come segnalato anche dal Beige Book della Fed, che vede peraltro ancora debolezza dal versante dei consumatori, date anche le condizioni del mercato del lavoro. I mercati finanziari globali nell’ultima settimana hanno ridotto i livelli di breakeven inflation rates incorporati nei titoli di stato inflation linked, scontando quindi una riduzione del rischio di pressioni inflazionistiche.

In Area Euro, crescono i timori per la Grecia, dopo che nel corso della settimana è arrivata la dura censura della Commissione europea ad Atene, rea di aver falsificato i conti pubblici negli ultimi anni. Il rischio sovrano greco, così come misurato dal credit default swaps, ha subito un marcato aumento, anche dopo che la Banca Centrale Europea ha bocciato con termini insolitamente aspri una bozza di legge fallimentare ad essa sottoposta dalle autorità greche. Giovedì, durante la consueta conferenza stampa, il presidente della Bce, Jean-Claude Trichet, ha ammonito che la Grecia non riceverà alcun “trattamento speciale”. La struttura a termine del credit default swap sulla Grecia si è per la prima volta invertita nella giornata di venerdì 15 gennaio. Una circostanza che tende a verificarsi quando il mercato sconta il rischio di imminente dissesto di un debitore.

Sui mercati azionari, è iniziata la earnings season statunitense del quarto trimestre. Particolarmente positivo il dato di Intel, con forte crescita dell’utile per azione e (soprattutto) del fatturato. Meno bene Alcoa, mentre JPMorgan ha mostrato un quadro di luci ed ombre. Sulla progressione dell’utile ha pesato la crescita inferiore al previsto dei ricavi da trading (soprattutto nel reddito fisso) e la forte ascesa degli accantonamenti a perdite nelle divisioni servizi finanziari retail, credito al consumo e commerciale.

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