La settimana, 5/2010

Settimana di forti turbolenze sui mercati, causate soprattutto dai rinnovati timori riguardo la finanza pubblica della Grecia, che si sono rapidamente estesi a Portogallo e Spagna, e che hanno innescato un più generale movimento di avversione al rischio che ha determinato un movimento di allargamento generalizzato dei credit default swaps su pressoché tutti i paesi, sviluppati ed emergenti, ed una fuga verso il dollaro ed in uscita dall’euro.

L’approvazione, da parte della Commissione europea, del piano greco di consolidamento fiscale, non ha tranquillizzato i mercati, che continuano a ritenere il paese ellenico incapace di raggiungere l’obiettivo. La tensione si è in seguito estesa anche al Portogallo, dove il governo di minoranza del socialista José Socrates potrebbe essere costretto a dimettersi per l’impossibilità a far passare le misure di stretta fiscale necessarie alla riduzione del deficit. Anche la Spagna è tornata sotto i riflettori, per analoghe considerazioni.

Il futuro e le prospettive del debito sovrano dei paesi dell’Area Euro preoccupano gli investitori, e le dichiarazioni del presidente della Banca Centrale Europea, Jean Claude Trichet, che giovedì ha parlato di “forti fondamentali” della regione e di deficit non peggiori di quelli di altri paesi, hanno accentuato un’incertezza che deriva soprattutto dal rifiuto della Commissione europea (e dei maggiori paesi, come la Germania) di riconoscere pubblicamente di essere pronti al salvataggio, sia pure condizionato. Il Fondo Monetario Internazionale, per bocca del suo direttore generale, Dominique Strauss-Kahn, si dice pronto ad intervenire a sostegno dei paesi che lo richiederanno. Se da un lato l’eventuale azione del FMI dovrebbe risultare più efficace di quella della Ue, perché meno vincolata da considerazioni politiche, e quindi in grado di imporre condizioni di risanamento più stringenti, dall’altra parte susciterebbe il sospetto che la costruzione europea manchi degli strumenti e, soprattutto, della volontà politica per fronteggiare crisi di finanza pubblica dei propri membri. I mercati azionari europei sono in evidente difficoltà, come confermato anche dal fatto che l’indice Eurostoxx 50 ha bucato al ribasso la propria media mobile a 200 giorni.

Negli Stati Uniti sono tornati timori sulla auto-sostenibilità della ripresa. Dal versante del mercato del lavoro, il dato settimanale sui nuovi sussidi di disoccupazione sembra confermare l’inversione della tendenza alla riduzione del numero di sussidi. Il dato di gennaio su occupati e disoccupati (due survey diverse, giova ricordarlo), pur segnalando una ulteriore perdita di occupati (pari a 20.000 unità), evidenzia anche (nella Household Survey) un calo della disoccupazione, dal 10 al 9,7 per cento, che appare significativo perché ottenuto in condizioni di lieve aumento del tasso di partecipazione alla forza lavoro. Migliore anche il dato sui guadagni orari medi e quello riferito alle ore lavorate in produzione, a conferma dell’andamento relativamente migliore dell’occupazione manifatturiera rispetto a quella del settore dei servizi, come indirettamente confermato anche dai rispettivi dati ISM di gennaio. Resta la cautela relativa al fatto che tradizionalmente il mese di gennaio è tra quelli sottoposti a rilevanti procedure di destagionalizzazione.

La revisione annuale della serie storica sul numero degli occupati ha inoltre evidenziato una maggiore distruzione di occupazione rispetto alle precedenti stime, pari a poco più di 600.000 unità, da ricondurre agli errori metodologici prodotti soprattutto dal Birth/Death Model, che tenta di stimare la creazione di occupazione nelle nuove imprese.

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