La settimana, 10/2010

Settimana non particolarmente densa di dati macroeconomici, tra i quali spicca l’indice cinese dei prezzi al consumo di febbraio, che ha raggiunto il nuovo massimo da 16 mesi, al 2,7 per cento annuale contro stime poste al 2,5 per cento. Altri dati cinesi riferiti allo stesso mese mostrano un andamento dei prestiti che, pur in ripiegamento, eccede le stime di consenso, prezzi alla produzione in ulteriore surriscaldamento e produzione industriale in crescita del 20,7 per cento nel primo bimestre del 2010, massimo da oltre cinque anni.

Prosegue quindi il surriscaldamento dell’economia cinese, sostenuto da una espansione dell’offerta di moneta che appare fuori controllo: la massa monetaria M2 in febbraio è cresciuta del 25,5 per cento, mentre il governo punta quest’anno ad una crescita di equilibrio del 17 per cento, il che significa che per rispettare il target dovrebbe procedere, nel resto dell’anno, ad una significativa stretta creditizia. Gli analisti internazionali sono preoccupati per la benevola noncuranza con la quale il governo sta gestendo il rischio-inflazione, definendolo “moderato”. Si moltiplicano nel frattempo i rumours sulla possibilità di una imminente rivalutazione dello yuan.

Tra gli altri dati macro della settimana, di rilievo quello della bilancia commerciale tedesca di gennaio, il cui surplus si è fortemente ridotto, passando da 13,4 a 8 miliardi di euro, per effetto di una crescita mensile delle importazioni del 6 per cento, e di un calo dell’export del 6,3 per cento. Anche se è evidente che un singolo dato non rappresenta una tendenza, esiste il rischio di una nuova frenata dell’attività e di un accumulo di scorte, questa volta involontario.

Negli Stati Uniti, il presidente Barack Obama ha scelto Janet Yellen, attuale presidente della Federal Reserve di San Francisco, per sostituire Donald Kohn come vicepresidente della Fed. Come Kohn, Yellen è considerata una “colomba”, favorevole al mantenimento di tassi d’interesse a livelli eccezionalmente bassi per un protratto periodo di tempo. L’equilibrio nel board della Fed tra falchi e colombe resterà quindi invariato. Tra i dati macroeconomici statunitensi, di rilievo quello sulle vendite al dettaglio, cresciute in febbraio dello 0,3 per cento, contro attese per un calo dello 0,2 per cento. Il dato aggregato mostra una revisione al ribasso per il mese di gennaio (da più 0,6 a più 0,1 per cento), ma a livello disaggregato risulta positivo e, soprattutto, non influenzato dalle avverse condizioni meteo del mese: al netto delle auto l’incremento mensile è infatti dello 0,8 per cento, mentre al netto di auto e carburanti il progresso è dello 0,9 per cento. Febbraio è il mese dei saldi e il dato, pur se destagionalizzato, può essere stato influenzato da campagne di sconto particolarmente aggressive. Le vendite di veicoli a motore sono tuttavia diminuite per il terzo mese consecutivo.

I mercati hanno fatto segnare un’altra settimana positiva, con l’indice S&P500 che ha eguagliato i massimi di gennaio. Molti indicatori tecnici segnano condizioni di ipercomprato di breve termine, ed anche gli indicatori di sentiment sono a livelli visti l’ultima volta prima di importanti correzioni dei prezzi. L’indice VIX, che misura la volatilità implicita nelle opzioni, continua a stazionare in prossimità di minimi di periodo, anche se negli ultimi giorni della settimana ha mostrato timidi tentativi di ripresa, ad indicare verosimilmente che gli operatori stanno iniziando a coprirsi dal rischio di ribassi. I fondi comuni azionari statunitensi si trovano a nuovi minimi nelle posizioni di liquidità, mentre gli indici di sentiment degli investitori americani, istituzionali ed individuali, sono a nuovi massimi di periodo. Tutte condizioni che abitualmente preludono a correzioni delle quotazioni. Anche gli indici di credito hanno seguito la generalizzata tendenza alla riduzione dell’avversione al rischio ed hanno evidenziato un’ulteriore compressione degli spread, tornati in prossimità di nuovi minimi di periodo.

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