La settimana, 11/2010

I mercati azionari statunitensi toccano nuovi massimi di periodo, dopo che il meeting della Fed ha confermato che l’approccio di tassi prossimi allo zero sembra destinato a restare in essere, mentre il programma di riacquisto di mutui da parte della Fed è praticamente terminato e lo sarà anche formalmente il 31 marzo.

Il FOMC conferma che, in caso di necessità, è pronto a proseguire o riattivare nuove misure di easing quantitativo. Il mercato statunitense ha tratto conforto anche dal dato dell’indice dei prezzi al consumo di febbraio, cresciuto dello 0,1 per cento complessivo per il quarto mese consecutivo, il che porta il dato annualizzato su quattro mesi allo 0,8 per cento, minor dato sequenziale dal 1965. Sembra quindi confermarsi uno scenario di disinflazione marcata, che nel breve termine è destinato a supportare i mercati, mentre in prospettiva vi sono potenziali rischi di deflazione. Ciò ha contribuito a determinare un appiattimento della curva dei rendimenti obbligazionari sui titoli del Tesoro statunitense.

Dinamica opposta si sta verificando nei paesi emergenti, dove le banche centrali si preparano ad una stretta monetaria per evitare il surriscaldamento dell’economia. Questa settimana non si è avuto il previsto rialzo di mezzo punto del tasso-chiave della banca centrale brasiliana, attualmente all’8,75 per cento, ma dovrebbe essere solo questione di tempo. Nella giornata di venerdì 19 la banca centrale indiana ha inaspettatamente alzato di un quarto di punto i due tassi di riferimento di politica monetaria, per rispondere al forte aumento dell’inflazione e del tasso di utilizzo della capacità produttiva, che mostrano che il vigore della congiuntura rischia di sfuggire di mano alle autorità monetarie.

In Area Euro, prosegue il conflitto tra il governo greco e l’Unione europea. Il primo ministro Papandreou minaccia, in assenza di un piano di aiuti comunitari entro una settimana, di rivolgersi al Fondo Monetario Internazionale, che fornirebbe un prestito a condizioni meno punitive di quelle ipotizzate dalla Ue. Il governo tedesco ha nel frattempo inasprito la propria contrarietà ad aiuti alla Grecia, dopo l’iniziale possibilismo della Cancelliera Angela Merkel. La posizione tedesca è in crescente attrito con quella francese, con il presidente Nicolas Sarkozy che non intende coinvolgere il FMI, anche per motivi di politica interna, visto che il direttore del Fondo è Dominique Strauss-Kahn, socialista francese. I mercati sembrano quindi aver realizzato che non esiste alcun piano europeo, e potrebbero quindi tornare ad esercitare forti pressioni sul rischio di credito greco, come già evidenziato negli ultimi giorni della settimana, con l’allargamento dei credit default swap e l’aumento dei rendimenti sui titoli governativi di Atene.

Le condizioni di fragilità dei mercati finanziari sono confermate anche dal dato, riportato questa settimana dal Financial Times, che dall’inizio della crisi i paesi di Eurolandia hanno raddoppiato il proprio debito pubblico di breve termine, che oggi ha toccato gli 800 miliardi di euro. I mercati convivono con il timore che il rinnovo di questo imponente stock di debito possa incontrare difficoltà.

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