La settimana, 14/2010

Riesplode la crisi greca: nel corso della settimana alcuni episodi hanno riacceso i riflettori sull'”accordo” di salvataggio Ue-FMI della fine di marzo. Dapprima un funzionario del governo greco ha dichiarato che il ricorso al Fondo Monetario Internazionale non risulterebbe gradito ad Atene, a causa di condizioni particolarmente dure che ne deriverebbero.

In seguito sono stati diffusi i dati sull’andamento dei depositi del sistema bancario ellenico, da cui si ricava una non trascurabile fuoriuscita di capitali. In precedenza si erano registrate prese di posizione del governo tedesco in cui veniva ribadito che l’accesso della Grecia ai finanziamenti di emergenza sarebbe avvenuto a “condizioni di mercato”, cioè senza sussidi impliciti. Infine, il 7 aprile, il governo greco ha autorizzato le quattro maggiori banche del paese ad utilizzare fondi e garanzie pubblici per 17 miliardi di euro, rafforzando sospetti e timori di crescenti tensioni di liquidità, incluse voci incontrollate di tagli di linee di credito da parte di banche estere.

Appare di giorno in giorno più evidente che l’annuncio del salvataggio rappresentava solo un espediente politico per prendere tempo, forse con la speranza che la presa di posizione sarebbe stata di per sé sufficiente a determinare la riduzione del differenziale del costo del debito tra Grecia e gli altri paesi europei in condizioni finanziarie precarie, come il Portogallo. Nella giornata di giovedì 8 aprile il credit default swap sulla Grecia ha toccato il nuovo massimo, sfiorando i 440 punti-base, mentre il differenziale con la Germania, sul titolo di stato decennale, si è portato a circa 427 punti-base.

Si ha la sensazione che per la Grecia il tempo stia per esaurirsi. Il fortissimo rialzo dei rendimenti anche sulla parte a brevissimo termine della curva mette a rischio il rinnovo dei t-bill di Atene (equivalenti ai nostri Bot), anche se le casse del Tesoro greco sono verosimilmente dotate, in questo momento, di un temporaneo surplus di liquidità (derivante dalle emissioni internazionali del mese scorso), col quale fare fronte ad eventuali fallimenti delle aste dei titoli corti. La situazione potrebbe precipitare intorno al 20 aprile, quando giungerà a scadenza un titolo di stato da 8,2 miliardi di euro.

Tra i dati macro della settimana, gli indici dei direttori acquisti di imprese manifatturiere e di servizi in Area Euro raggiungono a marzo livelli di espansione confortante, mentre l’andamento delle vendite al dettaglio in febbraio mostra una contrazione dello 0,6 per cento. Negli Stati Uniti, in febbraio è ripreso il processo di riduzione dell’indebitamento delle famiglie, in particolare dal versante delle carte di credito, come suggerito dai dati relativi al credito al consumo. L’Australia ha aumentato i tassi ufficiali d’interesse, per contrastare il surriscaldamento della propria economia, la più esposta alla locomotiva cinese.

Sui  mercati finanziari, la crisi greca torna ad indebolire l’euro e le borse europee (segnatamente le banche), mentre l’azionario statunitense continua a mostrare capacità di recupero, pur con le abituali dinamiche di volumi piuttosto ridotti sul rialzo. La correlazione negativa tra materie prime e dollaro sembra essere stata per il momento archiviata: nel corso della settimana si è avuto un apprezzamento della divisa statunitense ed un contemporaneo rialzo di oro e petrolio, probabilmente frutto di accresciuta avversione al rischio dei flussi internazionali di portafoglio e di attese di più rapido recupero congiunturale per gli Stati Uniti.

Annunci