La settimana, 15/2010

Ennesima puntata della crisi greca. Dopo l’accordo a livello di Eurozona di domenica scorsa (fino a 45 miliardi di euro per il primo anno, di cui 30 dalla Ue, al tasso del 5 per cento), e dopo l’apparente normalizzazione dei mercati in corrispondenza dell’asta di t-bill greci a 26 e 52 settimane, la ricomparsa di distinguo e ostilità manifesta al piano di salvataggio (soprattutto in Germania) ha causato nuove pesanti vendite dei titoli di stato greci, che hanno rapidamente riportato i differnziali di rendimento contro la Germania in prossimità dei massimi degli ultimi 11 anni.

I contatti si susseguono, e delegazioni di Ue e FMI sono ad Atene per redigere operativamente il piano e le modalità di utilizzo dei fondi da parte del governo greco. L’agenzia di rating Fitch, che giorni addietro ha tagliato di due livelli il rating sovrano greco, portandolo sul limite inferiore dell’investment grade, ritiene che il governo di Atene utilizzerà i fondi di emergenza entro pochi giorni.

Tra i dati macroeconomici, si conferma la robusta ripresa della manifattura globale, trainata dalla ricostituzione delle scorte: nel mese di marzo, la produzione industriale statunitense è cresciuta dello 0,1 per cento mensile, ma quella manifatturiera (che di essa è ampia parte) è cresciuta di ben lo 0,9 per cento, guidata dalla ripresa dei settori che producono beni durevoli di consumo. Anche l’indice Empire, che traccia lo stato della manifattura nel distretto della Federal Reserve di New York, ha mostrato condizioni di robusta e generalizzata espansione.

Positivo anche il dato delle vendite al dettaglio statunitensi in marzo, cresciute oltre le attese anche al netto della componente auto e carburanti, a conferma del risveglio del consumatore americano, malgrado le condizioni del mercato del lavoro, di quello immobiliare e lo stock di debito delle famiglie continuano a non autorizzare particolari ottimismi sui consumi delle famiglie. Situazione peraltro confermata dalla stima preliminare della fiducia dei consumatori elaborata dall’Università del Michigan, che in aprile torna a flettere (segnatamente sulla componente legata alle aspettative), rimanendo su livelli storicamente depressi.

Continua la pressione disinflazionistica sui prezzi al consumo statunitensi: in marzo, il tasso core, al netto delle componenti volatili di energia ed alimentari, mostra una crescita tendenziale dell’1,1 per cento, il minore incremento dal 2004. La persistenza di un output gap ancora rilevante (indirettamente rilevabile dal tasso di utilizzo della capacità produttiva) che a sua volta retroagisce sul mercato del lavoro, mantenendo elevata la disoccupazione, contribuisce a contenere le pressioni sui prezzi.

Prosegue la forte espansione cinese: il tasso di crescita tendenziale, nel primo trimestre, è stato dell’11,9 per cento. Anche se l’inflazione al dettaglio resta sotto controllo (i prezzi in febbraio sono cresciuti del 2,4 per cento tendenziale, in rallentamento dal 2,7 per cento di gennaio e ancora sotto la soglia critica del 3 per cento), le autorità cinesi stanno agendo soprattutto per restringere il credito immobiliare, alzando l’acconto sull’acquisto di seconde case al 40 per cento.

Sui mercati finanziari, malgrado notizie in prevalenza favorevoli provenienti dalle prime trimestrali statunitensi del secondo trimestre (con la parziale eccezione di Google), la settimana si è chiusa in modo traumatico, con la notizia che la Securities and Exchange Commission accusa di frode Goldman Sachs, che avrebbe strutturato un titolo sintetico ricorrendo alla consulenza dell’hedge fund gestito da John Paulson, mentre quest’ultimo prendeva posizione scommettendo sul dissesto degli emittenti presenti nel titolo strutturato.

Annunci