La settimana, 18/2010

Settimana drammatica sui mercati finanziari, che ci ha riportati al clima che si viveva a fine del 2008. La crisi greca pare aver svolto la funzione di catalizzatore di una ben più ampia crisi dell’Eurozona. Il pacchetto di misure a favore di Atene, quantificato in 110 miliardi di euro per un triennio, pur se rapidamente approvato dai parlamenti dei singoli stati, è apparso a inizio settimana già inadeguato, ed ai mercati non è certamente piaciuta la contradditorietà di posizioni uscite dal governo tedesco, con il ministro dell’Economia che ha dichiarato che i 110 miliardi non sarebbero serviti per l’intero triennio, e che la Grecia sarebbe dovuta tornare a ricorrere al mercato per indebitarsi “entro 18 mesi”. In seguito il Cancelliere Angela Merkel ha parlato della necessità di realizzare procedure funzionali ad assistere un processo di “ordinata insolvenza”, suggerendo quindi implicitamente che il governo tedesco si attende che altri paesi entreranno in crisi.

Voci incontrollate (ed al momento infondate) che ipotizzavano una richiesta spagnola di assistenza fiscale straordinaria hanno accelerato il movimento di vendite sul debito dei paesi periferici dell’Eurozona, l’indebolimento dell’euro e la fuga verso la qualità rappresentata dai titoli di stato tedeschi, che hanno toccato nuovi minimi assoluti di rendimento. Il movimento di forte avversione al rischio innescatosi in Area Euro si è poi rapidamente esteso anche ai mercati finanziari globali, con forti acquisti di yen, che tradizionalmente rappresentano il segnale di smantellamento di posizioni favorevoli agli attivi rischiosi, acquisti di dollari e Treasuries, vendita di materie prime e di azioni dei mercati emergenti, vendita di obbligazioni a spread, quali corporate, high yield ed emergenti.

Tra i dati macroeconomici della settimana, appare positivo quello relativo al mercato del lavoro statunitense in aprile, che ha prodotto 290.000 nuovi impieghi netti, battendo le stime di consenso poste a 230.000. Rivisti in aumento anche i dati del bimestre precedente. La creazione di occupazione proviene in larga misura dal settore privato, visto durante il mese il settore pubblico ha assunto 66.000 persone per lo svolgimento dei compiti relativi al censimento generale della popolazione. Piuttosto positiva anche la dinamica dell’occupazione nel settore manifatturiero, con 44.000 nuovi impieghi netti creati nel mese, a conferma dei numeri particolarmente positivi prodotti recentemente dalle surveys manifatturiere, quali l’indice ISM. Persistono tuttavia fenomeni di sofferenza strutturale del mercato del lavoro, quali l’aumento dei disoccupati di lungo termine (un fenomeno nuovo per la storia degli Stati Uniti), e l’elevato numero di persone che lavorano part-time per motivi economici, non riuscendo cioè a trovare occupazione a tempo pieno, pur desiderandola. Il tasso di disoccupazione cresce dal 9,7 al 9,9 per cento, per effetto di rientri nella forza-lavoro, una dinamica caratteristica delle fasi di ripresa.

In sintesi, malgrado i dati macroeconomici indichino una diffusa ripresa dei livelli di attività economica, la violenta reazione dei mercati finanziari suggerisce cautela e, se non efficacemente contrastata, potrebbe innescare fenomeni di crisi sistemica già visti dopo l’implosione di Lehman, quali situazioni di stretta creditizia, che finirebbero col mettere a rischio la ripresa globale.

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