La settimana, 21/2010

La settimana si è chiusa con ulteriore volatilità, con il declassamento del debito sovrano della Spagna da parte di Fitch di un livello, ad AA+, ed outlook stabile, che ha innescato un movimento ribassista sugli indici statunitensi, probabilmente amplificato dalla rarefazione degli scambi nel fine settimana “lungo” del Memorial Day.

Le motivazioni del declassamento sono legate all’effetto di rallentamento della crescita che il consolidamento fiscale produrrà sull’economia spagnola, e più in generale su quella dell’intera Area Euro con il rischio che, in assenza di ripresa, si possa cadere in una “trappola di debito”, in cui a tagli fanno seguito recessioni che creano nuovi deficit che vanno colmati con ulteriori manovre. Nella giornata di giovedì il parlamento spagnolo ha approvato il pacchetto di misure correttive del governo Zapatero, sia pure per un solo voto di scarto, e con la decisiva astensione degli autonomisti catalani. Il governo spagnolo resta quindi a rischio di caduta, e ciò potrebbe concretizzarsi nei prossimi mesi, in caso si rendessero necessari ulteriori interventi correttivi dei conti pubblici. Il debito sovrano spagnolo è atteso crescere al 78 per cento del Pil entro il 2013, contro il 40 per cento del 2007. Fitch ha citato tra le aree critiche la ristrutturazione delle casse di risparmio spagnole (cajas), che sono in grave difficoltà per il volume di crediti in sofferenza, soprattutto immobiliari. Il Banco di Spagna sta lavorando per promuovere fusioni tra le casse, che manifestano tuttavia forti resistenze, essendo entità particolarmente politicizzate.

Si chiude anche un mese particolarmente difficile per i mercati, con ribassi vistosi ed un violento aumento della volatilità. I principali indici mondiali, come il FTSE-All World, hanno perso circa il 10 per cento, l’indice CRB delle materie prime è arretrato dell’8 per cento mentre l’indice Vix, malgrado il ritracciamento degli ultimi giorni, è schizzato in un intorno del 30 per cento ed i Treasury hanno confermato il proprio ruolo di bene-rifugio globale, malgrado la non facile condizione dei conti pubblici statunitensi. La situazione in Area Euro, con ricorrenti ed irrisolti timori di crisi fiscale e le contraddizioni di quella che è solo un’unione monetaria senza effettivo coordinamento economico hanno contribuito ad un lieve ma evidente innalzamento degli “indici di diffidenza”, cioè il livello dei tassi interbancari (primo tra tutti il future sul Libor in dollari). Anche la riforma degli intermediari finanziari, che sta faticosamente avanzando al Congresso statunitense, potrà contribuire ad innalzare il livello dei tassi interbancari, nella misura in cui le banche maggiori perderanno effettivamente lo status di “too big to fail“.

Ulteriori timori sono venuti dall’indiscrezione, poi smentita, di iniziative della Cina per ridurre il possesso di titoli di stato denominati in euro. Al di là della smentita, i problemi per Pechino restano intatti: l’aggancio al dollaro determina, soprattutto nelle fasi di avversione globale al rischio, anche una rivalutazione dello yuan sull’euro, che finisce col deprimere l’export cinese nel nostro continente. Né è dato sapere in cosa i cinesi potranno investire i propri surplus commerciali, volendo evitare di volta in volta dollari ed euro, per motivazioni differenti.

Tra i dati macroeconomici della settimana, pubblicata la seconda stima del Pil statunitense del primo trimestre, in decelerazione rispetto alla prima, dal 3,2 al 3 per cento annualizzato. Il dato riflette un rallentamento nell’investimento in scorte e nell’investimento fisso privato, compensati da un’accelerazione nei consumi delle famiglie. Riguardo questi ultimi, il dato di aprile di spese e reddito personale mostra invece  un ritorno all’aumento del tasso di risparmio, che nel secondo trimestre potrebbe quindi fungere da elemento frenante della crescita.

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