La settimana, 22/2010

Proprio quando sembrava che la settimana fosse destinata a concludersi in modo tutto sommato tranquillo rispetto a quelle che l’hanno preceduta, nella giornata di venerdì due eventi hanno causato la ripresa di forte volatilità ed avversione al rischio.

Le dichiarazioni (poi goffamente rettificate) del portavoce del neo-eletto primo ministro ungherese Viktor Orban circa il rischio di default del paese mitteleuropeo alla luce di un andamento dei conti pubblici ben peggiore delle stime del precedente governo, hanno causato forti ribassi sui mercati azionari ed una generale fuga verso la qualità rappresentata oggi in Europa soprattutto dai Bund tedeschi, ed un ulteriore vistoso allargamento dei differenziali di rendimento contro tutti gli altri paesi di Eurolandia (Francia inclusa), ed un  nuovo ribasso delle quotazioni dell’euro contro dollaro.

La situazione dell’Ungheria, che sta attuando un piano di stabilizzazione macroeconomica sotto la supervisione del Fondo Monetario Internazionale, è differente da quella greca, non foss’altro che per un rapporto di deficit-Pil inferiore a quello del paese ellenico, e soprattutto per la disponibilità di una valuta nazionale, che nelle ultime settimane si è significativamente deprezzata. I problemi derivano dall’esposizione delle banche dell’Eurozona (segnatamente quelle austriache, ma anche qualche italiana a maggiore vocazione verso l’Est Europa) relativamente a crediti denominati in euro concessi ad imprese e famiglie ungheresi, che da una svalutazione del fiorino subirebbero rilevanti danni.

Sempre venerdì, il dato di maggio del mercato del lavoro statunitense ha deluso. Creati nel mese 431.000 nuovi impieghi, dei quali tuttavia ben 411.000 attribuibili alle assunzioni federali temporanee per il Censimento decennale. Questi impieghi temporanei verranno progressivamente meno già a partire dalla rilevazione del mese di giugno. Il tasso di disoccupazione, sceso dal 9,9 al 9,7 per cento, riflette inoltre una situazione di restringimento della forza lavoro, non l’aumento degli occupati.

In Giappone, dopo le dimissioni del Democratico Yukio Hatayama, il nuovo primo ministro è Naoto Kan, dello stesso partito. Il mercato valutario ha reagito con un indebolimento dello yen, perché Kan ha reputazione di essere favorevole ad una politica di valuta debole e più interventista per frenare movimenti di apprezzamento dello yen, soprattutto in ipotesi di stretta fiscale per riportare ordine nei conti pubblici giapponesi, situazione in cui servirà quindi contare sull’export per sorreggere la crescita. Anche se un mondo in cui i principali attori economici paiono puntare tutti sulla crescita è evidentemente un mondo molto problematico, oltre che assai poco sostenibile. In campo valutario, la banca centrale canadese ha alzato i tassi ufficiali di un quarto di punto percentuale, allo 0,5 per cento. E’ la prima mossa di una banca centrale del G7 dopo l’inizio della crisi. Malgrado aggregati monetari e creditizi stagnanti, inflazione core al minimo da 44 anni e prezzi degli immobili che continuano a calare, la decisione canadese rappresenta un primo messaggio di normalizzazione di condizioni monetarie eccezionalmente lasche.

Dato il quadro generale, non stupisce che il mercato primario delle obbligazioni corporate resti congelato, sia per l’investment grade che per l’high yield. Sul piano tecnico i principali mercati azionari, dopo aver corretto di oltre il 10 per cento dai massimi, si trovano oggi significativamente sotto la media mobile a 200 giorni, circostanza che suggerisce particolare cautela nell’operatività, rappresentando un tradizionale segnale di bear market.

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