La settimana, 23/2010

I mercati globali hanno terminato positivamente una settimana ancora volatile. Negli Stati Uniti, la pubblicazione del dato di maggio delle vendite al dettaglio ha deluso le attese, evidenziando una contrazione piuttosto marcata (pari all’1,2 per cento mensile), causata soprattutto dalla voce “materiali da costruzione” e dalla spesa per carburanti. I primi hanno restituito circa i due terzi dell’incremento del 17 per cento segnato in marzo ed aprile sulla scorta dell’approssimarsi della scadenza del credito d’imposta per gli acquirenti di prima casa, mentre le vendite di carburanti sono calate nel mese di ben il 3,3 per cento, al venir meno degli effetti di stagionalità che abitualmente caratterizzano il mese di maggio, che è l’inizio della driving season statunitense.

Il calo del prezzo alla pompa dei carburanti ha inoltre favorevolmente inciso sulla fiducia dei consumatori di giugno, segnatamente sul ripiegamento delle attese inflazionistiche di più lungo periodo. I mercati hanno tratto sollievo anche dai dati cinesi, che evidenziano un trend ancora pressoché intatto di consumi e produzione industriale. Sempre negli Stati Uniti, il dato di aprile delle scorte di manifattura e commercio mostra una flessione mensile, oltre ad un’ulteriore ridimensionamento del rapporto tra magazzino e vendite, che il mese scorso si è situato al livello di 1,23, a fronte del picco di 1,43 segnato ad aprile 2009. Questi due dati sono rilevanti perché sembrano indicare la fine del periodo di maggiore contribuzione delle scorte alla crescita, che era stato eclatante nel quarto trimestre 2009 e nel primo trimestre di quest’anno.

Il quadro d’insieme resta tuttavia ancora fragile, come confermato da questi movimenti piuttosto brutali dei mercati azionari, oltre che dalle positive performance dei Treasuries, visti come porto sicuro nelle fasi di maggiore avversione al rischio, malgrado un livello di deficit federale statunitense tutt’altro che rassicurante. In Europa, settimana di rientro della fase più acuta dei timori, con significativo abbattimento dei differenziali di rendimento sul Bund dei paesi periferici, segnatamente l’Italia. Circostanza accaduta dopo alcune polemiche relative al fatto che la Banca Centrale europea non stesse acquistando anche i nostri Btp, nel quadro della stabilizzazione dei mercati. Resta una forte diffidenza sul mercato interbancario, confermata dai nuovi massimi segnati dai depositi overnight delle banche presso la Bce. Sul mercato dei cambi, un euro più fermo riguadagna la soglia di 1,21 contro dollaro.

Al di là della volatilità settimanale, i problemi fiscali dei paesi sviluppati restano tutti sul tappeto. Il Regno Unito si prepara, come annunciato dal premier David Cameron, a modificare il proprio stile di vita per gli anni a venire, ma l’agenzia Fitch getta dubbi e scetticismo sulla capacità del paese di mantenere il massimo merito di credito. Anche in Giappone il nuovo governo dell’ex ministro delle Finanze, Naoto Kan, esordisce con una drammatizzazione della situazione fiscale, giungendo a parlare di rischio-collasso se non verrà intaccato il mastodontico rapporto debito-Pil del paese, che supera il 200 per cento, anche se nel breve-medio termine la sua finanziabilità appare garantita dal forte risparmio domestico.

Ma ci sono anche parti del mondo in cui la crescita va controllata con politiche monetarie restrittive. E’ il caso del Brasile, che questa settimana ha nuovamente aumentato (di 75 punti-base) il tasso-chiave di politica monetaria, portandolo al 10,25 per cento; o della Nuova Zelanda, che ha alzato di un quarto di punto, al 2,75 per cento. Si conferma quindi la robusta crescita delle economie emergenti, e di quelle ad esse contigue e produttrici di materie prime, come Canada ed Australia.

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