La settimana, 25/2010

Prosegue l’andamento erratico e volatile dei mercati finanziari. Settimana di mercati azionari in ripiegamento, con gli indici statunitensi che non riescono a restare sopra la media mobile a 200 giorni, si chiude con la terza ed ultima stima del Pil americano del primo trimestre, a più 2,7 per cento annualizzato. Tra la prima e la terza stima si è verificato un ridimensionamento del dato di ben 0,8 punti percentuali, a fronte di stime di consenso che ipotizzavano una crescita del 3 per cento, anche per effetto della crescita inferiore alle attese della spesa dei consumatori.

I mercati continuano a temere l’evoluzione della crisi di debito europea, e l’assenza di misure organiche e coordinate a livello internazionale, come confermato dal meeting del G8 e del G20 di questo fine settimana, in Canada. Riguardo la situazione europea, i mercati sono resi inquieti dal forte allargamento dei differenziali di rendimento tra i titoli di stato greci e quelli tedeschi, causati dalle vendite forzose degli investitori in previsione dell’uscita della Grecia dagli indici obbligazionari dei paesi sviluppati, prevista con il ribilanciamento dell’1 luglio. In presenza di una pressione di vendita pur moderata ma di capacità di assorbimento pressoché nulla, tutte le metriche di rischio sono aumentate vistosamente, inclusa la copertura del rischio di default espressa dai livelli dei credit default swaps, portando con sé anche altri paesi finanziariamente fragili, come Portogallo e Spagna, le cui aste di titoli di stato avvengono ormai regolarmente a rendimenti in forte crescita.

La prima settimana di ritorno alla fluttuazione amministrata dello yuan cinese si è conclusa con una rivalutazione di circa mezzo punto percentuale nei confronti del dollaro. I crescenti timori di rallentamento della crescita statunitense nel secondo semestre hanno continuato a produrre movimenti di avversione al rischio che si traducono in acquisti di Treasury i cui rendimenti, anche su scadenze lunghe come la decennale, sono  ormai ai minimi storici ed apparentemente avviati verso traiettorie “giapponesi”, mentre anche i titoli indicizzati all’inflazione mostrano una lenta ma costante riduzione delle attese inflazionistiche rappresentate dai breakeven inflation rates.

Dal versante del settore finanziario, in Europa il mese prossimo verranno comunicati gli esiti dello stress test sulle maggior banche della regione, ma gli iniziali entusiasmi si sono già spenti. I test avranno bassa significatività, causata dalla mancata considerazione di quello che potrebbe accadere in caso di default del debito di paesi dell’Eurozona, ampiamente detenuto dalle banche europee, ma anche dalla indisponibilità di fondi pubblici per eventuali ricapitalizzazioni, a differenza di quanto accaduto negli Stati Uniti con il TARP. Restano timori ed incertezze per il persistente malfunzionamento del mercato interbancario europeo, causato dalla crescente diffidenza a prestare, e che sta portando a nuovi massimi le giacenze presso la facility di deposito overnight della Banca centrale europea, e per l’imminente scadenza della maxi-operazione di rifinanziamento della Bce ad un anno, pari a 442 miliardi di euro, che verrà comunque rinnovata, in mancanza di alternative praticabili. Dall’altra parte dell’Oceano Atlantico, il Senato ha approvato il progetto di legge di riforma finanziaria, che appare molto blando e incapace di risolvere il problema delle banche troppo grandi per fallire. Unico elemento positivo è dato dal (tardivo) divieto per le banche di erogare mutui in assenza di verifica delle capacità di rimborso del potenziale debitore.

Annunci