La settimana, 27/2010

Settimana di ampi recuperi per i mercati azionari, dell’ordine del 5 per cento, che riportano gli oscillatori tecnici di breve periodo in posizione neutrale, dopo i pessimi risultati del secondo trimestre, con ripiegamenti dell’ordine del 15-20 per cento sui principali mercati. Tra i catalizzatori del rally, l’annuncio dell’asset manager e banca depositaria statunitense State Street, che il 7 luglio ha preannunciato utili del secondo trimestre superiori alle stime di consenso, trainando al rialzo l’intero settore bancario.

Anche le attese per gli esiti dello stess test sulle maggiori banche europee, e annesse polemiche, non hanno impedito ai mercati europei di recuperare da condizioni di ipervenduto di breve termine. Resta l’incertezza sulla reale severità dei parametri scelti per il test, in particolare l’entità della decurtazione sui titoli di debito sovrano, che appare piuttosto blanda, risultando nell’ordine del 17 per cento per la Grecia e del 3 per cento per la la Spagna. Tra le altre ipotesi di simulazione, il Pil dell’Area Euro, nello scenario più sfavorevole, viene posto nel biennio 2010-2011 inferiore di tre punti percentuali  rispetto alle stime di consenso.

Tra gli altri dati positivi della settimana, si conferma il vigore della ripresa congiunturale sul mercato del lavoro dell’Australia, paese che rappresenta un indicatore dello stato dell’economia cinese, data la vicinanza geografica ed il forte interscambio, non limitato alle materie prime. Evidenze non univoche, per contro, tra gli altri paesi esportatori: gli ordini di macchinari giapponesi calano in maggio oltre le attese, mentre nello stesso mese la produzione industriale tedesca cresce più del previsto. D’obbligo l’avvertenza che singoli dati macroeconomici non rappresentano in alcun caso un trend. Nel corso della settimana, il Fondo Monetario Internazionale ha aumentato le previsioni di crescita per l’economia globale, divenendo al contempo più cauto sulle prospettive per il 2011 verosimilmente per il venir meno, nella seconda parte di quest’anno, di alcuni motori di crescita, quali lo stimolo fiscale statunitense.

I mercati hanno inoltre deciso di ignorare la prosecuzione del movimento di riduzione dell’indebitamento del consumatore statunitense, muovendosi verso un atteggiamento di propensione al rischio, confermato dall’indebolimento di dollaro e yen, e soprattutto dal cambio tra dollaro australiano e yen giapponese, uno dei principali indicatori di carry trade; tra le altre evidenze, segnaliamo il calo degli indici di volatilità attesa sui mercati azionari e la marcata riduzione degli spread sovrani dei paesi periferici di Eurolandia rispetto al Bund, che tuttavia restano superiori a quelli di un mese addietro.

I mercati restano convinti che il rischio d’inflazione sia oggi del tutto remoto, come confermato dall’andamento dei breakeven inflation rates impliciti nei titoli di stato indicizzati all’inflazione, e dall’ultima asta del TIPS decennale statunitense. La lettura di questo dato è tuttavia ambivalente: se da un lato ciò rassicura i mercati circa il fatto che i tassi ufficiali d’interesse sono destinati a restare bassi, dall’altro suscita timori per una disinflazione che potrebbe trasformarsi in rischio deflazionistico. Dalla ripresa dell’appetito per il rischio ha poi beneficiato il mercato primario delle obbligazioni societarie, che ha visto un’impennata di nuove emissioni; da segnalare anche un’inusuale emissione sovrana settennale denominata in euro per il Messico.

Nel complesso, il movimento della settimana appena trascorsa appare soprattutto la reazione ad una correzione piuttosto vistosa. Tecnicamente, i mercati azionari sono ancora in una configurazione piuttosto problematica, oltre che assediati da dubbi di ogni genere, macro e micro. Maggiore chiarezza potrà (forse) venire dall’inizio della stagione degli utili statunitense del secondo trimestre.

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