La settimana, 28/2010

La settimana, iniziata con ulteriori recuperi delle quotazioni azionarie, si è conclusa con un forte arretramento, soprattutto dei listini americani, nella giornata di venerdì. Alla base di questo risultato vi è soprattutto la delusione per i dati di bilancio del secondo semestre riportati da alcune grandi compagnie, come General Electric (da sempre considerata una proxy dell’economia statunitense e globale), che non sono riuscite a battere le stime di consenso riguardo la crescita del fatturato, vista ormai come un fondamentale indicatore della esistenza stessa della ripresa.

Un progresso degli utili come frutto pressoché esclusivo di tagli di costo ed aumento di produttività è visto negativamente, in assenza di ripresa del giro d’affari. Anche i risultati del secondo trimestre delle principali banche statunitensi (JPMorgan, Bank of America, Citigroup), pur positivi, non hanno entusiasmato perché in maggioranza frutto di componenti non ordinarie, come il rallentamento del passo degli accantonamenti a perdite su crediti (frutto di apparente miglioramento della congiuntura) e la rivalutazione degli attivi.

Se è vero che i recuperi di efficienza pongono le basi per vistosi recuperi degli utili, quando i fatturati torneranno a crescere, è anche vero che il sistema produttivo statunitense appare diviso in due, tra grandi imprese globali che ottengono risultati nel complesso soddisfacenti e piccole e medie imprese che soffrono ancora la congiuntura per esse negativa, come confermato dall’ultimo sondaggio della National Federation of Independent Business (l’associazione delle PMI statunitensi), che a giugno torna ad evidenziare pessimismo sulle prospettive economiche del comparto, su livelli più compatibili con una fase di recessione/rallentamento che di ripresa. Non stupisce, quindi, dato il ruolo fondamentale delle PMI nella creazione di nuova occupazione, che i sondaggi sulla creazione di nuovi impieghi (primo tra tutti il JOLTS, Jobs and Labour Turnover Survey, del Bureau of Labor Statistics), mostrino una persistente debolezza, tale da impedire un significativo riassorbimento della disoccupazione.

Pressoché tutti i dati della settimana mostrano un indebolimento del quadro macroeconomico statunitense: le vendite al dettaglio diminuiscono in giugno (e per il secondo mese consecutivo) dello 0,5 per cento complessivo, malgrado una apparente stabilizzazione della componente di prezzo imputabile agli affitti, che ha un peso rilevante negli indici dei prezzi al consumo. Le minute del meeting della Federal Reserve del 22 e 23 giugno segnalano un lieve ridimensionamento delle stime di crescita ed un lieve aumento di quelle relative alla disoccupazione, oltre ad avvertire che, con l’attuale trend di crescita, il vuoto di attività causato dalla crisi non sarà colmato prima di 4-5 anni.

L’indice dei prezzi al consumo flette in giugno dello 0,1 per cento complessivo, mentre al netto delle componenti volatili di energia ed alimentari cresce dello 0,2 per cento. Il tendenziale resta a più 0,9 per cento, a conferma della tendenza disinflazionistica in atto nell’economia, che giustifica un rendimento del Treasury decennale inferiore al 3 per cento. La manifattura conferma di essersi lasciata alle spalle il periodo di forte recupero dei livelli produttivi: produzione industriale e tassi di utilizzo della capacità produttiva sono risultati in giugno sostanzialmente invariati, ma la prima ha beneficiato del forte recupero di produzione delle utilities, a causa di temperature molto superiori alla media stagionale, mentre la produzione manifatturiera è risultata in calo. Il rimbalzo della produzione non può ormai più contare sulla ricostituzione delle scorte, il cui processo è terminato. La bilancia commerciale torna a deteriorarsi in maggio. E proprio il commercio estero e la manifattura contribuiscono a limare le stime di consenso sulla crescita americana del secondo trimestre.

L’andamento deludente del mercato del lavoro è verosimilmente alla base del marcato deterioramento della fiducia dei consumatori in luglio, espressa dall’indice elaborato dall’Università del Michigan.

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