Italiani, popolo di risparmiatori da alfabetizzare

Nei giorni scorsi sul sito della Consob è apparsa una interessantissima pubblicazione intitolata “Le obbligazioni emesse da banche italiane. Le caratteristiche dei titoli e i rendimenti per gli investitori“ (in Quaderni di Finanza, Studi e Ricerche, Luglio 2010), a cui probabilmente non è stato ancora dedicato lo spazio che meriterebbe: il testo in oggetto non svela segreti particolari, ma si limita ad una puntuale e precisa fotografia sul vezzo tutto italiano di banche che hanno venduto alla propria clientela bond emessi da loro stesse, in virtù di quella “familiarità” che, come ricorda il testo, “può guidare e distorcere la percezione del trade-off fra rischio e rendimento”.

Il tema era già stato parzialmente affrontato in un precedente post, ma il documento dimostra candidamente quanto “grave” e profonda sia questa distorsione e quanto sia indispensabile fare informazione e perché no, anche un po’ di sana educazione finanziaria, affinché il risparmiatore italiano si riappropri di una capacità di scelta razionale quando si accomoda nell’ufficio del direttore di banca. Non può non stupire infatti l’inquietante relazione inversa tra capacità di risparmio e qualità nella gestione del risparmio stesso; il risparmiatore italiano risulta infatti tanto attento e virtuoso nella fase di accumulazione, quanto “distratto” e approssimativo quando si tratta di investire i propri risparmi: pur riconoscendo “anomalie nel processo produttivo e distributivo dei prodotti finanziari”, non si può non finire per prendere in considerazione un evidente e generalizzato deficit cognitivo che, non permettendo una piena comprensione degli strumenti finanziari, può portare poi a scelte non efficienti o addirittura irrazionali.

La consulenza indipendente potrebbe rappresentare un fondamentale veicolo per permettere al risparmiatore italiano di fare un salto di qualità importante, sottraendo al canale bancario il monopolio della distribuzione di prodotti finanziari. E’ evidente infatti come le stesse istituzioni finanziarie operino nel migliore dei casi in un evidente conflitto di interesse in quanto soggetti attivi sui mercati sia in qualità di prenditori di fondi sia di strutturatori di prodotti finanziari più o meno complessi.

Quello che emerge dal documento della Consob è un quadro impietoso in cui le obbligazioni bancarie collocate allo sportello, spesso, troppo spesso, non offrono (o meglio, non hanno offerto fino ad oggi) un rendimento adeguato al rischio dello strumento: spesso questo rendimento, oltre a essere sistematicamente inferiore a quello prevalente sul mercato istituzionale per un rischio confrontabile, risulta anche inferiore al rendimento dei titoli di stato italiani.

Se questo era un dato sostanzialmente noto, il documento sottolinea molto opportunamente come anche sotto il profilo di liquidità molte emissioni collocate al retail non riescono ad offrire garanzie sufficienti rispetto alla possibilità di scambiare questi titoli su un mercato secondario realmente liquido. Giova in questa sede ricordare che quando si parla di corporate bond la liquidità è un fattore essenziale che dovrebbe guidare le scelte di investimento e che dovrebbe esser riflesso nei prezzi (che in questo caso vuol dire spread): ceteris paribus, emissioni poco liquide dovrebbero offrire un rendimento più elevato per compensare l’investitore del maggior rischio sostenuto.

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