La settimana – 30/2010

Si chiude un mese caratterizzato da forte volatilità ma anche dal recupero delle quotazioni azionarie, dopo la vistosa correzione del mese di giugno. L’ultimo dato settimanale in ordine cronologico, ma anche il più rilevante sul piano macroeconomico, è stata la prima stima del Pil statunitense del secondo trimestre, che è cresciuto del 2,4 per cento annualizzato, contro stime di consenso poste a più 2,7 per cento.

Nel dettaglio, i consumi delle famiglie rallentano la loro crescita all’1,6 per cento annualizzato, mentre il commercio estero netto torna a sottrarre vistosamente crescita (ben 2,8 punti percentuali), a causa della ripresa delle importazioni. Le scorte, che negli ultimi due trimestri avevano prodotto ampia parte della crescita, contribuiscono per 1,1 punti percentuali al secondo trimestre, lasciando quindi la crescita delle vendite reali finali (cioè la differenza tra variazione del Pil e quella delle scorte) all’1,3 per cento, un dato che mostra che la persistente debolezza della domanda distingue questa fase di ripresa da quelle del passato.

Positiva la contribuzione alla crescita fornita dall’immobiliare residenziale (più 27,8 per cento annualizzato), ma frutto in ampia misura del credito d’imposta sull’acquisto della prima casa, per cui è verosimile attendersi un ripiegamento nel terzo trimestre. Anche il contributo della spesa pubblica è stato sostenuto: più 7,4 per cento per la Difesa, più 13 per cento per la spesa pubblica non legata alla Difesa. Bene, per contro, l’investimento in attrezzature aziendali e software. Le revisioni alla serie storica del Pil del biennio precedente mostrano che la contrazione è stata più severa di quanto inizialmente stimato: dello 0,2 per cento nel 2007 e nel 2009 e dello 0,4 per cento nel 2008. Il peggior trimestre è stato il quarto del 2008, con un calo del Pil di ben il 6,8 per cento annualizzato. Nel secondo semestre, come noto, il contributo dello stimolo fiscale alla crescita diverrà negativo.

Tra gli altri dati della settimana, tra quelli positivi si segnala la continua espansione del commercio globale ed il positivo andamento della manifattura mondiale, con la produzione industriale nei paesi emergenti che oggi è su livelli superiori del 10 per cento al picco pre-recessione, mentre l’indice dei direttori acquisti di Chicago ha evidenziato in luglio un’espansione nell’attività: la manifattura (inclusi i nuovi ordini) continua ad espandersi nel Mid-West, anche per effetto della ripresa negli impianti automobilistici di General Motors e Chrysler. Vi sono inoltre dati positivi dalle trimestrali aziendali, con una crescita degli utili a cui si affianca anche una moderata ripresa dei fatturati.

Nell’Eurozona, dopo settimane di forti timori per il futuro dell’area della moneta unica, i differenziali di rendimento tra centro tedesco e periferia mediterranea continuano a restringersi, e l’euro è ai massimi degli ultimi due mesi e mezzo.

Tra gli elementi non positivi, il Chicago Fed National Activity Index (composto da 83 indicatori nazionali, e che rappresenta una importante proxy del Pil) è diventato negativo nel mese di giugno, soprattutto a causa di produzione ed occupazione, a conferma del fatto che quest’ultima non sta godendo di un rimbalzo da ripresa e non sta sostituendo il ciclo delle scorte nel ruolo di motore della crescita. Anche il Beige Book della Fed conferma che, a metà luglio, i distretti della Federal Reserve segnalavano uno stallo o un rallentamento nella crescita mentre la fiducia dei consumatori, così come tracciata dal sondaggio dell’Università del Michigan, è tornata a scendere nel mese di giugno. La situazione delle economie sviluppate continua quindi a restare in chiaroscuro.

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