La settimana – 32/2010

La seconda stima del Pil statunitense, pubblicata venerdì 27 agosto, ha confermato le attese di una marcata decelerazione della crescita americana. La variazione annualizzata è infatti passata dal 2,4 all’1,6 per cento. Si tratta di un dato comunque migliore del consenso, posto a più 1,3 per cento, ma resta una vistosa frenata rispetto al più 3,7 per cento annualizzato registrato nel primo trimestre. La componente del Pil che è migliorata rispetto alla prima stima è soprattutto la spesa dei consumatori, cresciuta al tasso annualizzato del 2 per cento, da 1,6 per cento della prima stima. Il miglioramento non deve tuttavia trarre in inganno, poiché imputabile in larga misura ai maggiori consumi di carburante nel periodo, a fronte di un aumento dei costi degli stessi.

Il dibattito politico ed economico, oltre che l’andamento dei mercati finanziari, restano dominati dai rischi di double dip, cioè di ricaduta in recessione degli Stati Uniti. Durante l’annuale simposio della Federal Reserve a Jackson Hole, Wyoming, Ben Bernanke ha detto che la Fed è pronta a fornire nuovo stimolo monetario, se necessario, ma ha anche riconosciuto che “i banchieri centrali, da soli, non possono risolvere i problemi economici del mondo”. Bernanke ha preso atto che il passo della crescita economica è meno vigoroso di quanto inizialmente atteso, e che molto del rallentamento è attribuibile al settore delle famiglie, dove la spesa dei consumatori e la domanda immobiliare residenziale sono cresciute meno di quanto inizialmente ipotizzato.

Bernanke non ha tuttavia fornito modalità né tempistiche per una ripresa dell’easing quantitativo, dopo la decisione del FOMC del 10 agosto di utilizzare gli importi delle cartolarizzazioni detenute dalla Fed e giunte a scadenza per acquistare titoli del Tesoro statunitense nelle scadenza tra 2 e 10 anni. I mercati finanziari, dopo alcuni giorni di prevalenti ribassi, hanno reagito con un rimbalzo dell’azionario e, soprattutto, con forti vendite sui titoli governativi, causando un vistoso recupero dei rendimenti, anche di 15 centesimi su alcune scadenze, verosimilmente proprio per la delusione per il mancato annuncio.

Altre pessime notizie sono venute dall’immobiliare americano, con i dati sulle vendite di case nuove ed esistenti, a nuovi minimi storici e con forti aumenti delle scorte, cioè dello stock di invenduto, in termini di mesi necessari al suo esaurimento, al passo corrente delle vendite. Si è avuta ennesima conferma che il credito d’imposta di 8000 dollari per acquirenti di case nuove è servito solo ad anticipare decisioni di acquisto, come sempre accade nei casi di sussidi. Inoltre, la pressione sui prezzi degli immobili è destinata a continuare: circa 11 milioni di proprietari immobiliari sono “sott’acqua”, cioè hanno mutui di controvalore superiore al valore di mercato della proprietà. C’è quindi un elevato rischio di nuovi pignoramenti immobiliari, con l’arrivo delle proprietà sul mercato e nuove pressioni sui conti delle banche creditrici.

In Europa, settimana caratterizzata da nuovi timori per la crisi di debito sovrano, anche a seguito del declassamento del debito irlandese da parte di Standard & Poor’s, al livello di AA- ma con prospettive ancora negative, a causa soprattutto di un significativo aumento del costo del salvataggio governativo delle banche. Il successivo allargamento dei differenziali contro la Germania, sia dei titoli governativi che dei credit default swap, ha trascinato con sé tutti i paesi deboli di Eurolandia, Italia inclusa. Ancora buone notizie per la Germania, con l’indice IFO di fiducia delle imprese a nuovi massimi da giugno 2007 e fiducia dei consumatori ai massimi da ottobre 2009.

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