La settimana – 33/2010

Prosegue il comportamento bipolare di mercati ed analisti, che alternano momenti di profondo pessimismo ad altri di quasi euforia. Questa settimana il pendolo si è decisamente orientato sulla ripresa, grazie anche al dato sul mercato del lavoro statunitense di agosto, che in realtà non evidenzia nessun particolare vigore ma si limita e sconfessare le previsioni più pessimistiche, alimentando quindi quello che potrebbe dimostrarsi nulla più che un relief rally.

Nel mese di agosto, il totale degli occupati nel settore non agricolo è diminuito per il secondo mese, in misura pari a 54.000 unità, ma le stime ipotizzavano un calo netto di 105.000 occupati. La flessione complessiva riflette una riduzione di 114.000 unità negli occupati temporanei del settore pubblico, a seguito della progressiva conclusione delle operazioni del censimento 2010. Il settore privato ha creato 67.000 impieghi netti, dopo i 107.000 di luglio, stima rivista al rialzo.

Non ci sono particolari motivi per rallegrarsi, ove si allarghi lo sguardo ad un orizzonte temporale più esteso: da dicembre 2007, data di inizio della recessione secondo le stime del National Bureau of Economic Analysis, sono stati distrutti 7,6 milioni di posti di lavoro nel settore non agricolo, e 7,7 milioni in quello privato. In agosto, il tasso di disoccupazione è aumentato al 9,6 per cento, soprattutto per effetto di un aumento del tasso di partecipazione alla forza lavoro, in parte riconducibile al reingresso nella forza lavoro dei giovani con meno di 20 anni, la cui partecipazione in luglio si era abbassata considerevolmente, contrariamente all’abituale stagionalità.

Nello stesso mese, tuttavia, si è registrato un aumento (al massimo degli ultimi sei mesi) del numero di quanti lavorano part-time per motivi economici, ad esempio perché non riescono a trovare occupazione a tempo pieno, pur cercandola, oppure perché il proprio datore di lavoro ha ridotto l’orario ai dipendenti, a causa di bassi livelli di domanda per l’impresa. Anche il totale delle ore lavorate è rimasto complessivamente stabile, mentre il totale degli occupati in manifattura, che aveva evidenziato negli ultimi mesi una tendenza al recupero, è tornato a calare. Nel complesso, il mercato sembra aver letto questo dato scommettendo (almeno per questa settimana) sulla possibilità che non ci sia alcun double dip ma solo un rallentamento fisiologico nel corso della ripresa.

In conseguenza, le borse hanno visto un marcato recupero (l’ennesimo) ed i rendimenti obbligazionari sono rimbalzati dai minimi storici raggiunti nei giorni scorsi. Tra gli altri dati, l’indice ISM manifatturiero statunitense ha mostrato in agosto un’accelerazione dell’espansione, contro attese per un suo rallentamento indotte anche dal fatto che ben sei degli otto sondaggi regionali della Federal Reserve prevedevano una frenata della manifattura. Per contro, l’indice ISM dei servizi ha mostrato nello stesso mese una vistosa decelerazione, in particolare la componente riferita all’occupazione, che segnala contrazione per la prima volta negli ultimi sei mesi.

Prosegue nel frattempo la forte espansione del blocco dei BRIC e più in generale dei paesi esportatori di materie prime. Nel secondo trimestre l’economia brasiliana è infatti cresciuta dell’8,8 per cento rispetto allo stesso trimestre dello scorso anno, rispetto a stime poste al 7,9 per cento e dopo il 9 per cento del primo trimestre, confermando che il paese dovrà proseguire nella stretta monetaria già intrapresa. Anche il Pil indiano del secondo trimestre è cresciuto dell’8,8 per cento annuale, con spinta da manifattura, servizi e costruzioni, anche dopo una benevola stagione dei monsoni. Una spinta alla crescita potrebbe venire anche dagli aiuti alla ricostruzione delle zone del Pakistan devastate dalle inondazioni. In Australia, il Pil del secondo trimestre è cresciuto dell’1,2 per cento trimestrale e del 3,3 per cento annuale, con forte spinta dall’export di materie prime e la previsione di un boom degli investimenti. La banca centrale australiana dovrebbe quindi risultare la più aggressiva tra quelle del G20 nel restringere la politica monetaria.

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