La settimana – 35/2010

Settimana iniziata con mercati ottimisti, grazie all’approvazione definitiva delle linee-guida di riforma della vigilanza bancaria note come Basilea III. Tali misure, che dovranno essere ratificate dal vertice del G20  di Seoul, a novembre, rappresentano un compromesso tra esigenze di singole aree nazionali, e prevedono un graduale aumento della base patrimoniale a partire dal 2013, con rafforzamento degli strumenti azionari puri e la progressiva dismissione di strumenti ibridi. Saranno soprattutto le banche tedesche, come risaputo, a dove procedere a ricapitalizzazioni e probabilmente ad aumenti di concentrazione.

La prima a rompere gli indugi è stata Deutsche Bank, che ha annunciato un aumento di capitale da 9 miliardi di euro, finalizzato anche ad aumentare la posizione di controllo che essa già detiene in Deutsche Postbank (che era uscita non benissimo dagli stress test di luglio). Ma l’ottimismo, che poggia comunque su basi molto fragili, è rapidamente venuto meno nei giorni successivi, quando sono riemersi timori sulla condizione delle finanze pubbliche irlandesi e più in generale dell’Eurozona. Nel mese di ottobre, come noto, verranno definiti i prezzi di cessione degli attivi tossici da Anglo Irish Bank alla bad bank appositamente creata. L’incertezza sull’entità delle perdite ancora inespresse pesa sul mercato, ed ha determinato nel corso della settimana un forte aumento del rischio-paese, espresso dai credit default swap e dal differenziale di rendimento dei titoli pubblici irlandesi verso i Bund tedeschi. A metà settimana si è poi diffusa la voce dell’imminente annuncio da parte della Fed di una nuova iniziativa di easing quantitativo, che ha immediatamente spinto al rialzo le quotazioni dell’oro (a nuovi massimi storici) e di altre materie prime, oltre ad indebolire il dollaro.

Nella giornata di mercoledì, dopo tante esitazioni, la Bank of Japan è intervenuta sul mercato valutario vendendo yen per impedire l’eccessivo apprezzamento della propria valuta, che sta contribuendo ad inasprire le condizioni di deflazione del paese e a danneggiare gli esportatori. Alla rivalutazione dello yen hanno contribuito anche gli acquisti da parte della Cina, che sta tentando di diversificare la gestione delle proprie riserve valutarie. Sull’efficacia dell’azione giapponese prevale lo scetticismo: l’assenza di azioni concordate tra banche centrali, anche perché il Giappone resta un paese in forte surplus commerciale, la portata comunque ridotta dell’intervento, rispetto alla dimensione del mercato dei cambi e l’aver annunciato una “soglia del dolore” oltre la quale la probabilità di interventi della banca centrale aumenta, sono tutti elementi che fanno ipotizzare un fallimento dell’iniziativa.

Negli Stati Uniti un recente dato ha evidenziato che le famiglie stanno riducendo il proprio grado di indebitamento non attraverso l’aumento del tasso di risparmio bensì attraverso il default su mutui e prestiti personali, mantenendo quindi il livello di consumi quasi inalterato rispetto a prima della crisi, utilizzando (per chi non ha mutui il cui valore eccede quello della proprietà immobiliare) il rifinanziamento a tassi più bassi; in alcuni casi anche la presenza di accordi con la banca creditrice (le modifications del mutuo, che molto spesso si traducono solo in un rinvio del default) servono a liberare risorse destinate ai consumi. Il profondo squilibrio del mercato immobiliare americano appare lungi dalla risoluzione.

Malgrado le incertezze, i mercati azionari si sono portati in prossimità dei massimi di periodo, e stanno per approcciare importanti resistenze tecniche, mentre la borsa cinese di Shanghai prosegue nel proprio movimento riflessivo, ed è ai minimi da tre settimane.

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