La settimana – 38/2010

Nel corso della settimana è proseguito il movimento di rivalutazione di pressoché tutti i mercati, rischiosi e non, per effetto della speranza (ormai divenuta certezza) che le banche centrali siano indotte a compiere interventi di acquisto di asset su vasta scala nel tentativo di rivitalizzare l’economia. Le banche centrali stanno riconoscendo il rischio di deflazione, e sono pronte a fare quanto serve per spingere la crescita nominale dell’economia. Questa situazione riduce considerevolmente il rischio di ribassi dei mercati, aumentandone il potenziale rialzista di breve termine.

La Bank of Japan in settimana ha annunciato che acquisterà 5000 miliardi di yen di attivi, di cui 3500 miliardi di debito governativo, 1000 miliardi di carta commerciale ed il rimanente in titoli immobiliari ed Etf. Un numero crescente di discorsi pubblici ed altri segnali suggeriscono che entro l’anno anche la Federal Reserve e la Bank of England si aggiungeranno alla Bank of Japan in quella che sarà la seconda fase di easing quantitativo. Non è chiaro se tali iniziative risulteranno efficaci, visto che i consumatori sono impegnati a ridurre il proprio indebitamento, ma l’azione della banca centrale giapponese, impegnata a spingere al rialzo il valore di attivi reali quali immobiliare ed azionario potrebbe segnalare una nuova tendenza prospettica anche per gli altri istituti di emissione, in caso le economie sviluppate dovessero scivolare in una deflazione manifesta quale quella giapponese.

La conseguenza di tali attese (pur se la Banca centrale europea al momento non partecipa al movimento) è un deprezzamento del dollaro ed una domanda in crescita per titoli di stato, materie prime, obbligazioni societarie ed emergenti e mercati azionari. I paesi emergenti beneficiano delle condizioni di politica monetaria molto lasca da parte dei paesi sviluppati, anche se sono destinati a trovarsi in un dilemma di politica economica: da un lato vogliono evitare di vedere le proprie valute rafforzarsi eccessivamente, per non perdere competitività, dall’altro si troveranno a ricevere forti afflussi di capitali in cerca di remunerazioni allettanti, con il rischio di surriscaldare ulteriormente una congiuntura già robusta.

I rischi di una guerra valutaria appaiono tuttavia al momento sovrastimati: i movimenti di mercato potrebbero ridursi ad un accomodamento di fronte al deprezzamento del dollaro, senza che ciò implichi una rincorsa a svalutazioni competitive, anche per consentire ai paesi dotati di crescita più robusta di contrastare lo sviluppo di pressioni inflazionistiche. Possibile, in casi più problematici, anche l’introduzione di controlli sui capitali in ingresso, come fatto dal Brasile sul proprio mercato obbligazionario con l’imposizione di una tassa sugli acquisti, inasprita negli ultimi giorni. Resta problematica la situazione dell’Europa, con la crisi del debito che incombe sullo sfondo e l’apprezzamento dell’euro contro dollaro destinato a danneggiare le esportazioni dell’area, determinando l’equivalente di una stretta monetaria al momento piuttosto indesiderata.

Anche le materie prime sono destinate a beneficiare di questa congiuntura, per effetto del deprezzamento del dollaro e di situazioni di mercato caratterizzate da forte domanda dei paesi emergenti, oltre ad avverse condizioni meteo per le materie prime agricole. L’oro continua a godere dello status di bene-rifugio, di fronte all’elevata incertezza sulla congiuntura ed al rischio di crescente svilimento delle monete cartacee, per effetto delle prassi di easing quantitativo, ma la probabilità di una correzione di breve periodo sono sempre più elevate, visto l’impressionante rally delle ultime settimane.

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